notturno#1

La parte di non-amore che ci abita

è come una parete nera

in una casa tutta bianca

bisogna stringerla d’un assedio cromatico

chiuderla nel pugno

tuttavia…

riemerge

come la sagoma del quadro dell’antenato che avevi intonacato mesi fa

è il nostro irredimibile

ineludibile

essere-umani

dover usare il nero per tracciare

contorni, parole, discorsi

doversi tenere l’ombra

come una sorella solitaria e bislacca

che si nasconde in camera quando gli ospiti suonano alla porta.

 

P_20160702_162435_BF_1.jpg

metempsicosi

Tag

,

la zavorra del non visto

è uno zaino che di vita in vita può alleggerirsi

pesante all’inizio del cammino

a ogni tappa lo apri

posi sul tavolo solo ciò che puoi

ciò che non puoi, non lo usi

ma c’è

 

quel che accade è sempre la stessa cosa, e sempre nuova:

non vedere gli oggetti

dover vedere gli oggetti

riuscirci

fondamento di ogni essere, di ogni sapere

è l’anima forgiata attraverso lo sguardo

zaino_trat

 

immagine trovata qui

 

buon anno con Thoreau

Io credo che potremmo avere molta più fiducia di quanta ne abbiamo.E potremmo liberarci dall’apprensione per noi stessi se ci donassimo sinceramente ad altro. La natura si adatta alla nostra forza e alla nostra debolezza. La continua ansia, la tensione di alcuni di noi è quasi una forma di incurabile malattia. Tendiamo a esagerare l’importanza del lavoro che compiamo, eppure quanto di questo non è opera nostra! Cosa succederebbe se ci ammalassimo? Come siamo vigili! Decisi a vivere senza fede se possiamo farne a a meno, stiamo all’erta tutta la giornata e alla sera diciamo le nostre preghiere senza convinzione e ci consegnamo all’incertezza. E così siamo costretti sinceramente a vivere nel profondo, rispettando questo tipo di vita e negando ogni possibilità di mutamento. Ci diciamo che questa è l’unica via; ma di modi ve ne sono tanti, quanti i raggi che si possono tirare dal centro di un cerchio. Ogni cambiamento è un miracolo da contemplare; ma è un miracolo che si ripete in ogni attimo. Confucio disse <<Sapere che sappiamo quel che sappiamo e che non sappiamo ciò che non sappiamo è il vero sapere>>. Quando un uomo riuscirà davvero a comprendere ciò che può immaginare, prima o poi tutti gli altri accorderanno la vita alla sua.”

H. D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, Einaudi 2015.

ragazzo

(immagine trovata su web)

 

 

Odette/Zéphora

Tag

, , ,

Quoi qu'il en soit, et peut-être parce que la plénitude 
d'impressions qu'il avait depuis quelque temps, et bien qu'elle lui 
fût venue plutôt avec l'amour de la musique, avait enrichi même son 
goût pour la peinture, le plaisir fut plus profond et devait 
exercer sur Swann une influence durable qu'il trouva à ce 
moment-là dans la ressemblance d'Odette avec la Zéphora 
de ce Sandro di Mariano auquel on donne plus volontiers 
son surnom populaire de Botticelli depuis que celui-ci évoque 
au lieu de l'œuvre véritable du peintre l'idée banale et fausse 
qui s'en est vulgarisée. 

Il n'estima plus le visage d'Odette selon la plus ou moins bonne qualité 
de ses joues et d'après la douceur purement carnée qu'il supposait 
devoir leur trouver en les touchant avec ses lèvres si jamais il osait 
l'embrasser, mais comme un écheveau de lignes subtiles 
et belles que ses regards dévidèrent, poursuivant la courbe 
de leur enroulement, rejoignant la cadence de la nuque à 
l'effusion des cheveux et à la flexion des paupières, comme 
en un portrait d'elle en lequel son type devenait intelligible 
et clair. 

Il regardait; un fragment de la fresque apparaissait 
dans son visage et dans son corps, que dès lors il chercha 
toujours à y retrouver, soit qu'il fût auprès d'Odette, soit 
qu'il pensât seulement à elle, et bien qu'il ne tînt sans 
doute au chef-d'œuvre florentin que parce qu'il le retrou- 
vait en elle, pourtant cette ressemblance lui conférait à elle 
aussi une beauté, la rendait plus précieuse.

M. Proust

 Sandro_Botticelli_035

cruciverba sulla battigia

Quando si accorgeva delle etichette che le davano Elsa non le prendeva sul serio. Sapeva che era un semplice automatismo, suo come degli altri: etichettare, circoscrivere, ridurre, definire.
Vecchie e nuove, brutte o belle, le etichette etichettavano. Bruciavano, si ricomponevano dalla cenere, etichettavano ancora. Che fossero volontarie o involontarie, lei comunque le considerava sue filiazioni. Si insediavano nella testa con facilità sorprendente: a pensarci bene non era affatto ovvio che una mente funzionasse in quel modo, che producesse sistemi, costellazioni, universi di categorie. Giudicare era una sorta si inseminazione artificiale fra le teste, un continuo interscambio e caotico rimbalzare di parole. Un cruciverba infinito.
Ecco il quaderno dove le etichette si incollano, sostano, scivolano. Quaderno era lei, quaderno erano gli altri.
Perchè temere, perchè opporsi?
Quelle relazioni le interessavano a prescindere, da un punto di vista “scientifico”: il fatto che definizioni di carattere fisico, caratteriale o morale venissero attribuite a lei, piuttosto che a un’altra persona era diventato secondario. Vedeva se stessa come un soggetto al centro di un esperimento e non se ne sentiva sminuita, perchè l’esperimento le serviva.  Elsa raccoglieva. Raccoglieva instancabilmente le informazioni più fresche e accessibili che ci siano: quelle su se stessa e sui suoi vicini.
Allo stesso tempo sentiva ogni cosa intimamente, amandola e partecipando: ogni definizione data o subita rappresentava un nuovo tassello del mosaico.
Se una definizione le bruciava se la scollava di dosso: sapeva di non essere del tutto pronta ad accoglierla; in caso contrario lasciava che restasse lì, tanto se ne sarebbe andata o sarebbe mutata, magari contraddetta dalla medesima persona che l’aveva formulata. “La mente, qualunque mente, è come un paesaggio visto dal treno”, si diceva.
Se la stuzzicavano con dei complimenti a volte se li teneva, altre svicolava. Identificarsi a lungo con una certa forma, dopo aver capito ciò che c’era da capire, la devitalizzava come una pianta annaffiata con acqua di mare.
Le prime definizioni che avevano diminuito il loro potere erano i giudizi su se stessa. Poi si era staccata dalle etichette che gli altri automaticamente le davano. Infine da quelle che lei stessa produceva, osservando gli altri.
Le sarebbe piaciuto esserne libera fino in fondo, ascoltare veramente. Per il momento rimaneva un’aspirazione, un risultato che poteva solo illudersi di avere raggiunto.
Incontrava etichettatori perchè era un’etichettatrice. Se solo fosse stata una narratrice… avrebbe incontrato narratori, persone che seguono il filo delle cose senza “dirle”. Senza averne bisogno nè volerlo.
Seguire il profilo dell’isola senza pensare a nulla, rilievo dopo rilievo. Ci riusciva solo quando era stanca. Voleva solo smettere di pensare. Vedere solo le cose… nelle cose. Percorrere l’arco del piede di una danzatrice. Imitare con la mente la stessa scivolosità di un tappetino di alghe.
Non le era stato accordato, scampoli di attenzione rotolavano qua e là. Aveva troppa paura per ascoltare e vedere davvero (e poi raccontare ciò che aveva davvero ascoltato e visto).
Libera da tutti i legami d’un tratto, come sarebbe stato bello: cadere con il sedere per terra, sulla terra! La testa che spara fuori tutte le etichette, tutte le forme, in una sorta di fuoco artificiale.
Cadere a terra, abbandonare i lacci che la tenevano su fittiziamente.
Sentire gli ischi sul pavimento, un po’ dolenti. Dire di sì.
Prima Elsa si sarebbe dovuta sacrificare fino in fondo, e non sapeva bene come.                                                                                c p