1919 – 2019

nonna Maria Luisa de Stefano Vasic

Lo specchietto con la Venere che mi hai regalato era un invito e un monito. Voleva ricordarmi tutte le tue mattine davanti allo specchio, una cura amorosa dell’aspetto che volevi fosse anche mia. Quando mi dicevi “sei spettinata”era solo per ricordarmi di non trascurare la Bellezza, cosa che richiede sforzo e dedizione perchè va ad aggiungersi alla cura degli aspetti più essenziali – etica, intelletto, sensibilità, cultura, carattere – e la completa;

ne offre al mondo un’immagine visibile, concreta.

Ad ogni modo, cara nonna, liscia e corvina, tu sei inarrivabile ed io sempre un po’ spettinata e ricciolina.

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Orsi

Quando te ne sei andato

con solo 1/8 di ossigeno

abbiamo scavato una piccola buca

quando te ne sei andato, tossendo

noi tossivamo tutti

anche il bimbo, che ancora non sa che sei andato

“Orson ha graffiato il dottore?” ci aveva chiesto

quando te ne sei andato

dopo tredici anni

di carezze, spazzolate, sgridate, salti, peli, occhiate

e molte urla per richiamarti a casa                                                  (Orsi! Orsi! Orson!)

ignoravo l’entità del danno

Senza età, sinuoso, misterioso, scontroso:

ti ricordiamo nelle tue forme reali.

L’ultima notte hai riposato qui accanto

un muro a separare noi nel letto da te, nella scatola

rannicchiato mucchietto.

C’era un amore che dalle nostre nuche lanciava cordami rossi

per riportarti indietro. Ma sei andato.

Oggi ti abbiamo calato, posato e benedetto

e il sole ha illuminato quella buca

scavata con il giardiniere cortese

sul bordo dell’oliveta

accanto ad altri animali;

stasera, alla luna, vi immagino parlare

gatti, cani, uccelli insieme

ombre amiche

libere da leggi di sopravvivenza

orsi

più antica l’età dei certi manufatti, più essi sembrano emanare un’aura di serenità e distacco. Non importa se le civiltà che li hanno prodotti fossero sotto molti aspetti sanguinarie o spietate… essi hanno espiato quella carica attraverso interminabili secoli, giungendo a noi quasi disumanizzati, o meglio: sovraumanizzati. Non mi stupisco che nella letteratura alcune civiltà antiche siano state fantascientificamente associate a specie aliene superiori; gli oggetti (che di esse ci sono rimasti) sembrano aver “espiato” la loro umanità attraverso il tempo e si apparentano bene a tecnologie avanzate, dove l’intelletto sembra affermarsi irreversibilmente sulle passioni

ragazzo interrotto

Enrico Lombardi, La strada interrotta (2006) – acrilico su tela – cm80x100 (Courtesy Coll. Privata) in E. Lombardi Il grido silenzioso, Electa Mondadori, Milano 2007.

Cosimo conobbe Greta il 17 dicembre, giorno in cui la città venne quasi sommersa da un metro e mezzo di neve. Le strade del centro e della periferia erano bloccate. Molti avevano abbandonato l’auto ed erano rientrati dal lavoro a piedi. Impossibile servirsi di tramvia o metropolitana. Era uscita dall’università un’ora prima della fine della lezione di fisiologia, proprio nel momento in cui grossi fiocchi cadevano così fittamente che l’ombrello si ritrovava presto addosso un gemello di neve. Per fortuna su quella via si affacciavano palazzi dotati di portici esterni e per un bel tratto si camminava riparati. In fondo all’ultimo portico c’era una vecchia caffetteria, frequentata da anziani avventori e studenti universitari. Giunta fin lì, Greta non aveva voglia di indossare la divisa termica e avventurarsi sotto la neve, quindi entrò, scelse un posto davanti alla vetrata e ordinò un cappuccino. Fu lì che adocchiò Cosimo Winnicott, da solo, che beveva il tè seduto a un tavolino della sua fila. Indossava un vecchio loden gualcito, aveva capelli lisci spettinati, umidi per la neve. Lo aveva già visto a un concerto o forse a una festa.
La incuriosiva, ne aveva sentite molte su di lui. Di natura sarebbe stato una persona d’indole socievole, ma le circostanze ne avevano fatto un ventenne schivo, se non disadattato. Essere adattato presuppone un interesse per l’ambiente che i genitori, assorbiti dai loro “viaggi”, non sentivano, nè gli avevano trasmesso. Studiosi di astrologia e cabala, i Winnicott si autoesiliavano in biblioteca per la maggior parte del tempo. Abitavano a New York ma vivevano in una dimensione parallela. Trascuravano gli affari, spendevano soldi per rattoppare assenze e disfunzioni. Era già molto che i due strampalati adulti uscissero dal loro studio grondante libri per fare la spesa, pagare conti e, una volta l’anno, trasferirsi al mare quando l’afa in città diventava insopportabile. La casa in cui vivevano con i figli – Cosimo e sua sorella maggiore Indy – era trascurata, disordinata, stracolma di oggetti inutili o inutilizzati. Il riflesso esatto di quella condizione. Greta aveva sentito diversi aneddoti su di loro. I nonni di Cosimo commerciavano tessuti pregiati ed erano stati non solo maghi dell’imprenditoria ma, si diceva sottovoce, maghi veri e propri. I genitori di Cosimo cercavano invano di emularne le gesta. Difficilmente avrebbe potuto immaginare, lei così seguita dai suoi, che si fossero preoccupati ben poco di coinvolgere il figlio nella vita attiva, convinti che sarebbe “venuto su” da sè. L’unica cosa importante per i Winnicott era che i figli andassero bene a scuola e conoscessero i volumi della biblioteca di casa, che a detta loro custodiva segreti imprescindibili. Pur conoscendolo solo di vista, Greta si alzò e gli si sedette di fronte, fissandolo negli occhi come fosse un vecchio amico. Davanti a quella piacevole figura di donna, formosa, non molto alta, dai corti boccoli biondi che incorniciavano il volto, Cosimo fu preso dal panico; un panico utile che lo paralizzò, impedendogli la fuga.
– Hai ascoltato Weatherpush? Il mio cellulare si è guastato – chiese la ragazza.
– Weatherpush è superato, credimi – rispose Cosimo, ad un volume smorzato dalla timidezza.
– Sarà anche come dici, ma… è ancora il più attendibile dei meteovisori. Vorrei sapere per quanto andrà avanti la nevicata e avvertire la mia coinquilina che farò tardi. Posso usare il tuo telefono?-
Cosimo la fissò nascondendosi dietro una maschera neutra.

Fuori la neve continuava come prima. Immaginare che la situazione potesse placarsi nell’immediato era irrealistico. Non voleva fare la figura del maleducato.
– Va bene –
– Anna, sono Greta. Farò tardi per via della neve. Sono con Cosimo… Winnicott… sì che lo conosco…  sì, sì… va bene! –
Greta posò il telefono sul tavolino e lo fissò.
– Sei  Cosimo, vero?  Studi qui all’Università? –
– Come fai a saperlo?- –
– L’ho immaginato…. hai lezione adesso? –
– Per oggi ho finito… studio qui alla Facoltà di Lettere –
– Mi accompagneresti per un tratto di strada? –
Il modo di fare accomodante fece ritrovare a Cosimo un po’ di coraggio. Mentre osservava le sue mani pallidissime e affusolate, Greta avrebbe difficilmente potuto immaginare quanto la testa che aveva davanti macinasse pensieri di continuo, in pratica senza permettergli di interagire realisticamente con il mondo. Negli anni successivi alla scuola, Cosimo si era reso conto di ignorare i meccanismi più immediati delle relazioni fra gli esseri umani. Di dedicare pochissima attenzione alle regole sociali che fanno girare il mondo e al gioco delle parti a cui tutti devono sottostare per poterne far parte. Chiuso in quel suo universo familiare, aveva dovuto, come un alieno o un ragazzo selvaggio sbarcato in terra civilizzata, definire cose e situazioni senza una figura capace da imitare. Arrangiarsi, in un’affannoso tentativo di raggiungere un reale che rimaneva sempre distante, come nel paradosso di Achille e la tartaruga. Almeno fosse stato un uomo-lupo, un uomo-scimmia, un uomo-serpente. Forse gli altri lo avrebbero scusato. Invece durante l’adolescenza se ne era semplicemente stato in panchina. Gli insegnanti lo etichettavano come una causa persa. A ripensarci, dopo tanti anni, gli sembrava di essere stato sotto il dominio ottundente di qualche demone, come quelli di cui parlavano certi pesanti volumi di alchimia rinascimentale. Gli era ancora difficile dare a sè stesso un’approssimazione attendibile del tempo perso. Cosimo era un volto che attraversava gli inverni quasi immutato. Come scriveva un’autrice che amava, stava rischiando di “invecchiare nuovo”.
– Sembri sorpreso che sia venuta al tuo tavolino –
– Un po’… Greta. Sono in difficoltà anche con le telefonate –
– Ero timida anche io. Poi mi sono stufata di trascinarmi con il freno a mano tirato. Tutti questi messaggi scritti… come se avessimo paura della nostra voce, la nostra e quella degli altri. Come se la voce, che è espressione del corpo, rivelasse troppo. E rendesse importante anche una piccola richiesta. Oggi sembra quasi un investimento importante, telefonare! –
– E’ un argomento interessante –
– Mi prendi in giro? Facciamo finta di no… voglio dire che un conto è un “no” scritto, un altro un “no” detto. Un “no” detto al telefono sembra più reale, in un’ipotetica scala che va dalla scrittura di un messaggio alla presenza fisica. ”
– Come ci sei riuscita? –
– Aprendomi agli altri, muovendomi, seguendo l’ispirazione, accantonando la paura. Meditando. Meditare aiuta ad alzare il livello di consapevolezza e di comprensione –
– Mi incuriosisce. Avevo sempre pensato che si trattasse di una fuga dal mondo –
– E’ proprio l’opposto… –
Quando uscirono dal caffè il quartiere era irriconoscibile. Uno spesso strato di neve aveva privato gli edifici dei loro dettagli architettonici, riducendoli a forme geometriche essenziali. Sembrava di muoversi fra le costruzioni assemblate da un bambino. I due si presero a braccetto sotto quel flusso morbido, ovattato, ininterrotto. Come la maggioranza degli studenti, di solito si sbarazzavano della divisa appena fuori dalle aule, ma in quella situazione furono costretti ad ammetterne la provvidenzialità. Fra le opzioni possibili, era stata introdotta la funzione “bufera”. Garantiva la quasi totale impermeabilizzazione e un’avanzata termoregolazione capace di contrastare gli effetti dell’abbraccio continuo della neve.

Ogni cosa di solito mobile era immobile, tranne quei fiocchi bianchi, silenziosi. Pochi i passanti. La sirena di piccoli spazzaneve gialli interrompeva di tanto in tanto quella profonda quiete. Unica a parlare, la scritta a caratteri cubitali sul muro della scuola materna: ASA NISI MASA.
Dietro le finestre dei primi piani si potevano vedere gli impiegati lavorare con la camicia tirata sui gomiti, come fosse una giornata di inizio autunno. Molti facevano la pausa caffè godendosi lo spettacolo di quel bianco, che perentoriamente azzerava i normali ritmi. Durante eventi naturali così condizionanti è strano osservare quanto siano illusori i piccoli poteri umani – quello del superiore – del capo, del dirigente, di un qualunque Maestro – messi a confronto con la grande Natura. A Cosimo quell’ambiente fece l’effetto di un tavor gigante. Il flusso di pensieri, che tanto lo inibivano, si era acquietato. L’ego cattivo che si puntellava su arguti ragionamenti per difendersi, se ne era andato. Aveva voglia di silenzio, il bisogno di dare sfoggio di conoscenze – spesso gli accadeva con le ragazze – era scomparso.  Greta, che non lo conosceva, lo guardava per la prima volta… e lo vedeva come di solito non era. Come non era mai stato; privo della necessità di ammantarsi di sovrastrutture. Era accanto a lei, con le cose, in ascolto. Il loro semplice contatto lo aveva condizionato. Greta gli raccontò dei suoi primi due anni alla Facoltà di Medicina, di quanto fossero severi i professori. Di quanto, con quella durezza spesso artefatta, cercassero di impartire ben più che un mestiere e delle nozioni. Al di là delle difficoltà, era contenta della scelta compiuta. Contenta di essersi stabilita a New York, dove risiedeva una discreta comunità di praticanti di samatha-vipassana, la disciplina che praticava da quasi dieci anni. A un tratto si interruppe.
– Vuoi raccontarmi qualcosa di te? –
– Stranamente ne sento poco il bisogno –
– Avevo voglia di parlarti da molto tempo –
– Dici davvero? –
– Non era mai il momento giusto, ai tempi della scuola… –
La neve, l’incontro, avevano ricondotto Cosimo a una specie di grado zero. Esisteva solo un campo bianco con due puntini, lui e lei. Si era scrollato di dosso le etichette mentali come fossero un pesante mantello. Il tonfo di quel fardello aveva vaporizzato dappertutto quella perfetta neve. Ed era  giusto, ogni cosa aveva improvvisamente senso. Anche le mezze verità desunte attraverso la propria visione autoreferenziale. Sì, aveva vissuto un po’ fuori dal mondo ma il mondo gli era entrato dentro. Anche la sua famiglia, ora lo sapeva, non era poi tanto male. Anzi.
Si udirono i rintocchi di mezzogiorno. Attorno alla cattedrale avevano acceso grandi candele di cera vera, protette all’interno di apposite teche. Durante questi eventi metereologici anomali, il vescovo aveva disposto di intensificare gli omaggi alla divinità in questo modo suggestivo, che anticipava il Natale. Alle loro spalle passò un cavallo meccanico che trascinava faticosamente una carrozza turistica senza nessuno a bordo. Sembrava di autentico legno e anche il cavallo pareva di quelli veri, di quelli che si vedevano nei film del Novecento. Due ruote ben salde sulla terra, il cui moto era fluido e privo di esitazioni. I ragazzi la osservarono ipnotizzati.

 

racconto gentilmente edito anche sulla rivista

La sedia (8. pozioni di parole)

Partecipo con piacere e divertimento al “gioco delle sedie” di uncielovispodistelle con questo racconto breve. Chi vuole proporne uno può scrivere a: paolo.beretta.email@gmail.com

Un cielo vispo di stelle

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica…

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questa è luce naturale…

questa è luce naturale
la corrente non serve
e il ministero delle infrastrutture
non ha voce in capitolo
per farla funzionare
basta accendersi l’un l’altro
quando occorre
– pressione, tocco,
presa, strattone
sguardo, richiamo
sfioramento
mutua ricerca di pulsanti-pistilli
sottopelle
fra un buio e l’altro

basterebbe
che fossimo assunti
allo stesso titolo
per l’identico lavoro
dall’impresa di illuminazione d’inter…iorità
per un risveglio d’uso quotidiano.

22449600_10156000740140466_1086770462900653268_nMan Ray, portfolio Électricité (dix rayogrammes), 1931.

market mind

carte sporte volti
sfilano all’uscita del supermercato
strusciano
di fronte al delegato
che soppesa asparagi
ripone banconote
file ripetute di sguardi
offerti un istante
omessi, caduti
tuorli bolliti dal vuoto
albume dei volti
labbra distratte
mosse
più spesso immote
(poi è successo, hai sorriso
la cassiera ti ha detto «finalmente!»)

casse-supermercato.jpg(immagine dal web)

sirene e Poesia 2.0

Sono felice di annunciare ai lettori di “Pozioni” che il concept book poetico SIRENE, è stato premiato, assieme alla raccolta VARIE di Massimo Stirneri, dall’autorevole giuria di Poesia 2.0 di Flavio Ermini

ed è ora edito in ebook (formati epub, MOBI e pdf) all’interno della collana “Opera Prima”.

Grazie, grazie, grazie!

OPERA PRIMA 2017 – I VINCITORI

Per scaricare l’ebook cliccare sull’immagine qui sotto:

SNAPSHOT-SIRENE

Sirene

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