il cielo sopra firenze

Ci sono tante Firenze, basta scegliere dove indirizzare lo sguardo. Si possono raggiungere luoghi d’osservazione privilegiata ammirati in tutto il mondo e con l’inesauribile capacità di calamitare l’attenzione: Forte Belvedere e Piazzale Michelangelo (per una veduta aerea e d’insieme della città), il Campanile di Giotto e la Cupola del Brunelleschi (per una prospettiva a 360° dal cuore del centro), i ponti e i Lungarni (per far viaggiare l’occhio in orizzontale, lasciandosi catturare dai punti di fuga).
Oppure si può raggiungere una semplice finestra, una terrazza o un’altana e ritrovarsi a pochi metri da un paesaggio davvero inesplorato: il mondo dei tetti, dove solo gatti, uccelli e poche altre presenze sanno muoversi sicure, fra lucernari e abbaini. Quella del “cielo sopra la città” è una fascinazione alla quale la letteratura e il cinema non hanno saputo resistere, dalle scene danzanti degli spazzacamini fra i comignoli londinesi alle mansarde popolate da artisti e personaggi insoliti, dagli angeli di Berlino ai cacciatori di replicanti di New York, da Spiderman a Catwoman. E anche la musica sceglie i tetti: si pensi alla celebre e imitatissima esibizione (l’ultima dal vivo) dei Beatles sul tetto della Apple, a Londra nel ‘69.
 

Anni fa, da bambina, la mia camera si affacciava sui tetti, che avevo trasformato in una prosecuzione di casa, trascorrendovi anche ore seduta su un telo, a leggere o ascoltare musica dallo stereo posato sul davanzale. Invitavo spesso  i miei compagni di scuola, e ricordo che a una festa delle medie mio padre ci sorprese: eravamo più di dieci lassù  e si arrabbiò moltissimo. Di recente, con prudenza eh, sono tornata sui tetti: mi sono persa a osservare questa foresta di diagonali che s’intersecano e cadono in direzioni imprevedibili. Viene spontaneo immaginare di potersi spostare da un punto all’altro della città attraverso il paesaggio, di mattone in mattone. Di superare le “linee di colmo” per affacciarsi su traiettorie e scorci mai esplorati. è un pianeta ignoto – come gli alberi per il Barone Rampante, dove ci si immagina possano regnare altre leggi, diverse da quelle che governano superficie.

Si fa presto a dire tetto: tegole, lastre, pannelli  o semplici lamiere? Ancora di più variano – a seconda del luogo geografico, delle esigenze climatiche e delle tradizioni urbanistiche – i materiali impiegati per la copertura: fango, foglie, legno, laterizio, cemento, fibrocemento, materie plastiche, bituminose, rame, acciaio, alluminio… per non parlare di quanto mutino le forme e le strutture portanti, cosi che ogni città del mondo assume un volto diverso: rosso mattone a Firenze, grigio azzurri a Parigi e Genova, verdi (di piante) a Vancouver, gialli nella Città Proibita; nei paesi mediterranei prevalgono quelli piani, spesso vere e proprie terrazze, bianche e accessibili.

Esiste uno sport estremo, chiamato “parkour” (neologismo dal francese “parcour”, percorso), nato nella banlieue parigina degli anni ’80 e oggi praticato anche in Italia, che ha come finalità quella di superare in modo creativo e fluido le barriere naturali o artificiali. Tetti compresi. Per diventare “traceur” (in gergo “tracciatore”) occorre una forte preparazione atletica: in questo caso, data l’inesperienza, ci si è accontentati di catturare qualche immagine di Firenze dal tetto di un famoso hotel del centro.

immagini scattate dalla terrazza di un hotel

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