di sostenibilità spirituale

Il lavoro spirituale con la meditazione samatha vipassana è, soprattutto nei suoi primi stadi, un’arte del “del levare”; consiste nel contemplare i propri “inquinanti spirituali” o kilesa con l’obbiettivo di emanciparsi il più possibile dalla loro influenza.

Si tratta di un processo conoscitivo che coinvolge sia la mente che il cuore (per il buddhismo sono tutt’uno: si parla di “mente-cuore”), spesso non rapido nè lineare, ma appassionante.

Attraverso l’emancipazione, parziale o totale, dai “kilesa” – attaccamento avversione e ignoranza – è possibile “disincapsulare”, come usa dire con espressione estremamente vivida Corrado Pensa, la propria energia. E impiegarla in nuovi modi, più illuminati e produttivi, sia sul piano spirituale che materiale.

E’ facile, talvolta, praticare male ovvero trasformare il lavoro su di sè in un’accurata forma di rimozione del “lato ombra” quando invece, per sua natura, tale lavoro è assimilabile piuttosto a una sorta di “cottura” dei fattori inquinanti; si tratta di un “processo alchemico” che non li accantona ma li usa per produrre altro, modificandone l’intima natura.

Con la divertente metafora delle “patate crude” cotte al fuoco della consapevolezza-compassione il monaco zen Thich Nath Hanh fa notare che non esisterebbero le qualità luminose (parami, virtù) senza quelle “oscure”.

Talvolta ci si può illudere di trovarsi a stadi avanzati di trascendimento dei tre fattori inquinanti (attaccamento, avversione, ignoranza), che continuano ad agire nell’ombra molto più di quanto si creda. Spesso un processo di auto-idealizzazione impedisce di rendersi conto di quanto si sia ancora agiti da queste forze.

Un esperimento casereccio e discutibile (non  risulta presente nella letteratura buddhista a me nota) che ho voluto fare è quello di provare a lasciare che gli “inquinanti” influenzassero, apponendo meno filtri possibili, le mie parole e comportamenti.

Un gioco che può, per altri versi, anche ricordare il motto dadaista “il pensiero di fa nella bocca” (e poi se ne trova il senso).

Ho definito l’esperimento casereccio perchè è difficile (impossibile?) stabilire un limite fra l’espressione disinibita e l’incoraggiamento vero e proprio di questo genere di pulsioni. Ad ogni modo doveva servirmi a valutare la loro influenza su di me e, conseguentemente, quella che definirei la mia “sostenibilità spirituale”: in che misura gli obbiettivi di studio e di pratica meditativa siano effettivamente da me sostenibili nella realtà quotidiana.

Doveva servirmi a valutarla e vi dirò… non ci sono assolutamente riuscita :D.

Ma una risultato l’ho ottenuto: se è vero che impulsi “inquinati” (non salutarmente trasformati ma solo rimossi) possono riprendere il sopravvento dopo una fase di occultamento è anche vero che le virtù “luminose” (spontanee o coltivate), per quanto forzosamente accantonate, tendono anch’esse a riemergere come il fior di loto dal fango.

E non si è mai del tutto fango.

E non si è mai del tutto loto.

Berlin Buddha by Zhang Huang
Berlin Buddha by Zhang Huang
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3 thoughts on “di sostenibilità spirituale

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  1. One need not be a Chamber — to be Haunted —
    One need not be a House —
    The Brain has Corridors — surpassing
    Material Place —

    Far safer, of a Midnight Meeting
    External Ghost
    Than its interior Confronting —
    That Cooler Host.

    Far safer, through an Abbey gallop,
    The Stones a’chase —
    Than Unarmed, one’s a’self encounter —
    In lonesome Place —

    Ourself behind ourself, concealed —
    Should startle most —
    Assassin hid in our Apartment
    Be Horror’s least.

    The Body — borrows a Revolver —
    He bolts the Door —
    O’erlooking a superior spectre —
    Or More —

  2. trad.

    Perché gli spettri ti possiedano –
    non c’è bisogno di essere una stanza –
    Non c’è bisogno di essere una casa –
    La mente ha corridoi – che vanno oltre
    lo spazio materiale –

    Assai più sicuro, un incontro a Mezzanotte,
    con un fantasma – esterno –
    piuttosto che con il suo riscontro interiore –
    quell’ospite più freddo.

    Assai più sicuro, attraversare al galoppo un’abbazia
    rincorsi dalle pietre –
    Piuttosto che incontrare, disarmati,
    in solitudine – il proprio io.

    L’io che si nasconde dietro l’io –
    Una scossa ben più terrorizzante –
    di un assassino in agguato
    nella propria casa.

    Il corpo – prende a prestito una rivoltella –
    spranga la porta –
    senza accorgersi di uno spettro –
    più altero – o peggio.

    Emily Dickinson, 1863

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