di incoerenza (no mud, no lotus)

gestiamo al meglio le energie che servono per la trasformazione e non identifichiamoci con i nostri conseguimenti nè con i nostri fallimenti

se si è determinati nel perseguire qualcosa è necessario abbracciare le proprie incoerenze in corso d’opera, perchè la trasformazione – il percorso dal reale all’ideale – fluisca, non si interrompa a causa di un senso di colpa o di inadeguatezza

l’accettazione andrebbe coordinata alla determinazione (adhittana) a volersi evolvere secondo il proprio ideale

siamo in divenire, non ci tagliamo le gambe da soli!

no-mud-no-lotus
Tich Nhat Hanh’s Calligraphy

Annunci

d’amore

“E’ più importante il dogma o l’amore? La raccomandazione di Cristo non è tanto osserva le regole, come precetto ma è ama il tuo prossimo come te stesso. Che poi uno lo ami, questo suo prossimo, attraverso la modalità dei precetti, va bene, è un percorso; ma si può amare attraverso modalità diverse. Il precetto può essere un suggerimento che ci aiuta a soppesare le nostre idee, però guai a sottostargli, quando si dà nella forma dell’imposizione. E non parlo solo della religione nell’accezione in cui siamo abituati a intenderla, perchè qualche volta è altrettanto dogmatica una cultura cui ci assoggettiamo per vincolo di idee codificate che non vogliamo avventurarci a interrogare. Arrivo anzi a dire che una cultura alle cui imposizioni ci sottomettiamo può diventare non solo una religione ma un fondamentalismo; compresa la religione dell’economia e dei mercati. C’è una bella differenza tra disciplina ed educazione: la disciplina è il rispetto delle regole di una forma di religione che sottoscriviamo; l’educazione invece è il rispetto degli uomini.”

Ermanno Olmi in Il sentimento della realtà – libro intervista di Daniela Padovan, San Raffaele, Milano 2008, pp. 12-13.

 

qualche pagina da “Sole nero” di Marco Righetti

romanzo ambientato nel Sahara, questo straniero del 2012 mi ha un po’ ricordato quello di Camus… ecco un breve estratto.

Satellitare attivo. Ti telefono ma non ho risposta. Ti lancio un nuovo messaggio, e forse lo stai già leggendo tu, o un altro per te.

Gian Mario, nulla più mi lega a calcoli e strumentazioni perfette. Il deserto mi entra dentro, il mio colore è ocra bruciato, per vivere mi separo continuamente dall’ignoto, il cuore è una piccola piramide di sabbia rappresa.

Il cielo è tutto un evaporare verso il buio.

A terra, come stelle precipitate, resistono queste miriadi di specchi, cavallette trasparenti e potentissime piazzate sulla pelle secca del Sahara. Si potrebbero levare in aria come moduli telecomandati, si accorderebbero per una formazione compatta, un uccello blu con apertura alare senza precedenti. L’Africa tecnologica si scollerebbe da quella immobile, paralizzata, pleistocenica.

Già, perchè nel Sahara dormono coscienze dimenticate, sepolte nella sabbia con l’arte rupestre che è affiorata qualche centinaio di chilometri a est, al Tassili N’Ajjer, e preme per spezzare un sonno di migliaia di anni. Nel cavo del deserto, fra picchi di arenaria, i pittogrammi e i petroglifi riportano in vita scene di una savana rigogliosa e di un clima temperato, il deserto non è mai come sembra, è il rovescio della certezza, la culla di ciò che sembrava inghiottito dalla storia.

Sono ingoiato da una petraia, non riconosco strade battute. Sul cellulare non appare la mia posizione, non riesce a darmela, non ci è mai riuscito da quando sono qui.

da Sole nero, Leone Editore, Avellino 2012.

Marco Righetti: scrittore, ha vinto numerosi premi letterari per poesia e narrativa.

222283_1047905112691_3311_n

tre pagine da “Tokyo Blues – Norwegian Wood” di H. Murakami

Ho saputo che un mio amico ha appena finito di leggere Tokyo Blues – Norwegian Wood. Lo tenevo da anni in libreria, in attesa che ‘mi chiamasse’, dopo che la donatrice (oramai tanto tempo fa) mi intimò “Mi raccomando, leggilo!”. Era la sua copia, generosamente regalata. Finalmente mantengo la promessa e subito vengo premiata, con queste fulminanti pagine 58-59-60. Universale Economica Feltrinelli, tredicesima edizione del settembre 2002.

Grazie Chiara.

Al tramonto sul collegio calò un assoluto silenzio, sembrava di trovarsi in mezzo alle rovine. La bandiera venne abbassata e dietro i vetri della mensa si accesero le luci. Ora che di studenti ne erano rimasti pochi, solo metà delle luci erano accese, così la parte destra della sala rimaneva al buio. L’odore del cibo arrivava lo stesso, più debole del solito. Odore di stufato.

Con la mia lucciola nel barattolo di caffè istantaneo salii sul terrazzo. Lì non c’era anima viva. Una camicia bianca, che qualcuno aveva dimenticato di ritirare, era appesa ai fili della biancheria, e fluttuava nel tramonto come una pelle abbandonata. Mi arrampicai su una scala di ferro che stava in un angolo del terrazzo e sbucai in cima alla colonna idraulica. Il serbatorio cilindrico conservava ancora in parte il calore che aveva assorbito durante il giorno. Mi sedetti lassù in uno stretto spazio, e appoggiandomi alla ringhiera vidi, sospesa nel cielo davanti ame, la luna bianca, a cui mancava solo un sottilissimo spicchio. A est si vedevano le luci di Shinjuku, a ovest quelle di Ikebukuro. I fari delle auto formavano brillanti fiumi di luce che si snodavano fra un quartiere e l’altro. Un ronzio ovattato fatto dei suoni più disparati galleggiava sulla città come una sola grande nuvola.

Sul fondo del barattolo si cominciava a distinguere il luccichio della lucciola. Ma la sua luce era troppo fioca, e il suo colore troppo pallido. Era passato molto tempo da quando avevo visto l’ultima volta delle lucciole, e quelle che ricordavo io emanavano una luce molto più forte e brillante nelle notti d’estate. Ed ero sempre rimasto convinto che la luce delle lucciole fosse qualcosa di vivido, incandescente.

Ma la lucciola era debole, forse stava per morire. Presi il barattolo per il coperchio e provai a scuoterlo leggermente alcune volte. La lucciola si lanciò contro la parete del barattolo, e volò un poco. Ma la sua luce non si ravvivò.

Cercai di ricordarmi quando avevo visto per l’ultima volta una lucciola. e che posto poteva essere quello? Il paesaggio me lo ricordavo. Quello che non riuscivo assolutamente a ricordare era il luogo e il periodo. era notte e si sentiva un cupo rumore d’acqua. C’era un’antica chiusa di mattoni, che si apriva e chiudeva facendo ruotare una maniglia. Il fiume non era grande. Era piuttosto un ruscello, la cui superficie era quasi completamente nascosta dalle piante che crescevano sulle sue sponde. Attorno era tanto buio che se spegnevi la torcia elettrica non riuscivi più a vedere nemmeno i tuoi piedi. E sopra il laghetto formato dalla chiusa volavano centinaia di lucciole. Le loro luci si riflettevano sull’acqua come faville sprigionate da un fuoco.

Chiusi gli occhi e nel buio mi immersi per un po’ nei ricordi. Il rumore del vento mi arrivava all’orecchio più distinto del normale. Non era un vento forte ma, mentre mi sfiorava la pelle, il suo soffio sembrava avere una particolare densità. Quando riaprii gli occhi l’oscurità della sera d’estate si era fatta un po’ più profonda.

Aprii il barattolo e lascia uscire la lucciola, posandola sull’orlo del serbatoio che era alto due, tre centimetri. La lucciola non sembrava rendersi bene conto della nuova situazione. Vacillando fece un gior attorno a un bullone e posò le zampette su una crosta di vernice. Provò a fare qualche passo a destra, ma quando si rese conto che la strada lì era sbarrata, ritornò a sinistra. Poi, impiegando un po’ di tempo, riuscì ad arrampicarsi fin sulla testa del bullone, dove si fermò. Quindi restò lì ferma come fosse morta.

Io, appoggiato alla ringhiera, guardavo la lucciola. Tutti e due restammo così, perfettamente immobili. L’unica cosa che si muoveva attorno a noi era il vento. Nell’oscurità si sentiva il fruscio delle fitte foglie del keyaki.

Continuai ad aspettare a lungo.

Fu solo dopo molto tempo che la lucciola si sollevò in volo. Come se si fosse risvegliata all’improvviso, allargò le ali e un attimo dopo aveva già oltrepassato la riunghiera e fluttuava dnell’oscurità. Poi, quasi volesse recuperare il tempo perduto, disegnò un rapido arco nell’aria accanto al serbatoio. Restò ferma lì per un po’ a guardare la sua scia di luce confondersi col vento, poi finalmente si allontanò in volo, in direzione est.

Anche dopo che la lucciola era scomparsa, la sua scia luminosa restò ancora a lungo dentro di me. Nel buio totale dietro i miei occhi chiusi, quella piccola pallida luce continuò a vagare molto a lungo, come uno spirito inquieto.

In quel buio provai molte volte ad allungare la mano. Le mie dita però non incontravano niente. Quella piccola luce era sempre un po’ più avanti delle mie dita.

Haruki Murakami

trad. Giorgio Amitrano

Voci lontane, voci sorelle 2012 – raccontarsi è anche raccontarsi in poesia

il programma del festival: VOCI LONTANE, VOCI SORELLE 2012

Ne parlava ieri a Bologna Michela Murgia: dell’importanza di individuare, analizzare e smascherare le “storie” che ci raccontano, le trame implicite della politica – e aggiungerei: dei prodotti della comunicazione di massa – che spesso assegnano a noi, cittadini e consumatori, un ruolo che non ci piace; una posizione passiva, innocua, che non conduce a un miglioramento economico, ambientale, sociale, culturale;

è necessario accorgersene: accorgersi della trame implicite,

accorgersi del posto che in esse occupiamo, come individui e come comunità, è il primo atto politico da compiere.

Un atto politico che viene prima del “fare” vero e proprio: prima di “fare” ovviamente è necessario sapere che strada si sta percorrendo ed eventualmente dove/come deviare!

Schemi mentali, atteggiamenti e comportamenti sono potentemente condizionati da fiabe “occulte”, meccanismi e funzioni narrative ricorrenti (Propp!) più o meno mimetizzati sotto una veste quotidiana, magari poco appariscente. Sono i miti e gli archetipi che, se tenuti al di sotto della soglia di consapevolezza*, ci agiscono;

se non subiti, se impiegati con consapevolezza, ci realizzano. Ci guidano indicando il sentiero verso la costruzione di un’altra identità/realtà – sia sul piano personale che collettivo.

Il mestiere del narratore, continuava poi la Murgia, è individuare, analizzare e smontare le narrazioni correnti – false e opportunistiche, per creare storyboard alternativi capaci di renderci ‘scrittori’ attivi della nostra vita.

Posso estremizzare il concetto: ciascuno di noi dovrebbe cercare di conoscere e ri-scrivere nel modo migliore la propria storia, personale e sociale. In qualche modo tutti siamo narratori (e Pasolini diceva che la morte determina un istantaneo montaggio a posteriori della nostra vita!), di conseguenza il lavoro di investigazione delle trame esistenti e loro riscrittura ci coinvolge direttamente.

Vorrei aggiungere a quanto già detto dalla scrittrice sarda che possiamo narrare e narrarci in molti modi: una storia può essere raccontata in prosa, ma anche in POESIA – “narrazione condensata” che, nelle sue molteplici e differenti voci, rappresenta un veicolo altrettanto potente di conoscenza della realtà e di creazione di mondi nuovi in “pacifica competizione” con il lessico del potere, dei prodotti della cultura di massa, dei cliché condivisi.

Linguaggi che usiamo per comodità, fretta, mancanza di tempo ma che è igienico mettere in discussione quando se ne presenta l’occasione, anche attraverso una vita sociale e culturale più attiva.

Accanto al romanzo e al saggio critico, ricordiamoci della capacità trasformativa ed emancipativa della POESIA, non dimentichiamo questo linguaggio-altro capace di smontare in maniera fulminea la ripetitiva faziosità delle narrazioni dominanti e di produrre nuovi, produttivi, panorami di senso agendo a un livello più sottile, e che richiede perciò grande consapevolezza e responsabilità etica.

* Clarissa Pinkola Estes nel suo ormai celebre Donne che corrono coi lupi.

su “Lettera agli aspiranti scrittori”


se non si pubblica, non è un problema… disidentificarsi dalla propria opera fa bene. Così, se è brutta, non ci identificheranno con lei!

Chiediamoci anche: forse teniamo tanto alla nostra “opera”, e non siamo obiettivi nel considerarla,  perchè non ci vogliamo abbastanza bene così come siamo, per ciò che siamo?

Condivido questo articolo di Giovanni Turi (Lettera agli aspiranti scrittori), lucido che di più non si può. Chiaramente il rovescio dovrebbe essere la valorizzazione di ciò che realmente siamo – poeti, scrittori, ottimi cuochi, esperti di rock&roll o collezionisti di font strani. Non importa cosa.

Per essere felici dovremmo cercare di coltivare qualsiasi cosa sia davvero allineata al nostro “centro di gravità” e non un “dover essere” che ci siamo appiccicati addosso!

Se conoscersi ed essere creativi procedono assieme il risultato sarà eccellente.

addio Hillmann..

‎”Quando Pan è vivo allora anche la natura lo è, ed è colma di Dei, talchè lo strido della civetta è Atena e il mollusco sulla riva è Afrodite. Questi pezzi di natura non sono semplicemente attributi o proprietà. Sono gli Dei nelle loro forme biologiche. E dove troviamo meglio gli Dei che nelle cose, nei luoghi e negli animali che essi abitano, e come partecipare ad essi meglio che attraverso le loro concrete rappresentazioni naturali? Ogni cosa che veniva mangiata, odorata, calpestata o spiata era una presenza sensuale dotata di rilevanza archetipica.”

James Hillmann, Saggio su Pan

ogni uscita è un’entrata in un altrove (Tom Stoppard)

da ” I vagabondi del Dharma” di J. Kerouac

“Così aprimmo i nostri sacchi e tirammo fuori le nostre cose e fumammo e passammo il tempo allegramente. Ora le montagne cominciavano a colorarsi di quella certa sfumatura rosa, voglio dire le rocce, altro non era che solida roccia coperta di atomi di polvere accumulati lì sopra dalla notte dei tempi. In realtà avevo paura di quelle mostruosità aguzze tutt’intorno e sopra le nostre teste.

“Sono così silenziose!” osservai.

“Già amico, sai per me la montagna è come un Buddha. Pensa alla pazienza, centinaia di migliaia di anni a star lì sedute nel più perfetto perfettissimo silenzio come se pregassero per tutti gli esseri viventi in quel silenzio e semplicemente aspettassero la fine di tutto il nostro agitarci e dimenarci”.

Japhy tirò fuori il tè, tè cinese, e ne versò un po’ in un bricco di stagno, e nel frattempo aveva avviato il fuoco, da principio un semplice focherello, il sole ci era ancora addosso, e aveva ficcato un lungo bastone ben fermo sotto a delle grosse pietre e s’era combinato qualcosa per appendervi il pentolino e di lì a poco l’acqua bolliva e lui la versava fumante nel bricco di stagno e bevemmo il tè nelle nostre tazzine pure di stagno. Avevo attinto io stesso l’acqua dal torrente, che era fredda e pura come neve e gli occhi del cielo dalle palpebre cristalline. Di conseguenza il tè era di gran lunga il più puro edissetante ch’io avessi mai bevuto in tutta la mia vita, ti faceva venir voglia di berne sempre di più, ti estingueva veramente la sete e naturalmente ti gorgogliava bollente nel ventre.

“Adesso capisci la passione degli orientali per il tè” disse Japhy. “Ricordi quel libro di cui ti parlai sul primo sorso che è gioia, il secondo felicità, il terzo serenità, il quarto follia, il quinto estasi”.

“Pressappoco vecchio mio”. ”

(trad. M. de Cristofaro)

S. Weil – fede e intelligenza

“I misteri della fede non sono un oggetto per l’intelligenza in quanto facoltà che permette di affermare o di negare. Non appartengono all’ordine della verità, ma a un ordine superiore. L’unica parte dell’anima umana capace di un contatto reale con essi è una facoltà di amore soprannaturale. Soltanto questa è pertanto capace di un’adesione nei loro riguardi.

Il ruolo delle altre facoltà dell’anima, a cominciare dall’intelligenza, è soltanto quello di riconoscere che ciò con cui l’amore soprannaturale viene a contatto è reale; che tali realtà sono superiori agli oggetti di loro pertinenza; e di tacere non appena l’amore soprannaturale si desta in modo attuale nell’anima.

La virtù di carità è l’esercizio della facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di fede è la subordinazione di tutte le facoltà dell’anima alla facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di speranza è un orientamento dell’anima verso una trasformazione dopo la quale essa sarà interamente ed esclusivamente amore.

Per subordinarsi alla facoltà di amore, le altre facoltà devono trovarvi ciascuna il proprio bene; in particolare l’intelligenza, che è la più preziosa dopo l’amore. E le cose stanno effettivamente così.
Quando l’intelligenza torna a esercitarsi di nuovo, dopo aver fatto silenzio per consentire all’amore di invadere tutta l’anima, si trova a possedere più luce di prima, una maggiore attitudine a cogliere gli oggetti, le verità che sono di sua pertinenza.

Non solo: io credo che tali silenzi costituoscano per essa una educazione che non ha equivalenti e le permettano di cogliere verità che altrimenti le resterebbero celate per sempre.
Ci sono verità che sono alla sua portata, che essa può cogliere, ma solo dopo essere passata in silenzio attraverso l’inintelligibile (…). L’intelligenza può riconoscere i vantaggi di questa subordinazione all’amore soltanto per esperienza, a cose fatte. Prima, non ne ha alcun presentimento. Non ha inizialmente alcun motivo ragionevole di accettare questa subordinazione. Cosicchè questa subordinazione è opera soprannaturale (…)”.

S. Weil, Lettera a un religioso, Adelphi (a cura di Giancarlo Gaeta).

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: