lungomare

Avevano giocato per ore e l’aria salmastra cominciava a incollarsi alle guance. Gian Maria raccolse un sasso grigio, levigato, leggermente schiacciato. Uguale ad altre migliaia: riempiva precisamente il palmo della sua mano. Se lo mise in tasca. Poi lo ritirò fuori per dargli un”altra occhiata.

Il sasso non conosce la voce del mare, vive di silenzio; di una corrente sottile che si insinua nel caos sonoro dei viventi.

Diventa allegro quando risuona contro altri sassi.

Diventa mobile quando frana, sibila, rompe l’acqua.

Diventa allegro se lo impili per farne torri ornamentali: i più grandi in fondo, a metà i medi, i piccoli in cima. Sono le torri di sassi che trovi quando arrivi in barca sull’isola di E. o quando, già là, percorri i sentieri scoscesi verso il mare, sorprendendole alle spalle.

Dai propri simili, dagli animali e persino dalle piante Gian Maria imparava ogni giorno qualcosa: a farsi le radici, a comprendere la bellezza, a dare frutto alle intenzioni, a prendere parte a un ciclo vitale che non finiva mai di stupirlo, con i suoi infiniti modi di proliferare. Un movimento a cui il mondo minerale appariva  estraneo. Sobbalzante nella tasca il sasso sembrava star là a confermarlo, insegnante di nulla.

Francesco, vedendolo immobile sulla riva, lo raggiunse con un sasso in mano. Più piatto e sottile del suo.

– Facciamo una gara… –

disse.

dal sito: http://photo.net/photodb/photo?photo_id=10528875
dal sito: http://photo.net/photodb/photo?photo_id=10528875
Di lancio in lancio, di rimbalzo in rimbalzo, l’ora della cena si avvicinava. L’umidità aumentava e il sole cedeva, finchè i due ragazzi non riuscivano quasi più a distinguere i sassi dal grigio orlo dell’acqua.

Poco lontano alcuni sconosciuti coetanei, vestiti per la sera, finivano di allestire un falò.

Sudato, dopo averne lanciati chissà quanti (ed era in  vantaggio di due rimbalzi!), fu un lampo ricordarsi dell’unico sasso rimasto. E Gian Maria capì.

Capì cosa bisbigliava il sasso nella tasca. Non era muto nè inetto.

Lo comprese esattamente, come fosse un teorema di scuola o una lingua dimenticata. Capì e fu capace di dirselo solo per qualche istante… non era cosa da poter essere ricordata a lungo.

Ciò che va oltre il gioco quotidiano delle cose visibili può forse essere conservato, o raccontato?

E’ un segreto così segreto da perdersi nell’orecchio di chi l’ha udito.

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mutazione (omaggio atmosferico ad Asimov)

(omaggio atmosferico ad Asimov)

donna di molta fede

guardi le cinque dita

e sono cinque

finchè te ne nasce un sesto

accanto al pollice

color azzurro chiaro

tra poco comparirà anche ad altri

viola verde o di altri colori

 

è deciso

la razza abbandona il sistema metrico decimale

 

donna di molta fede

hai sospeso le tue cose

le cose dell’adesso

su un piano fluttuante

azzurro chiaro

 

con l’ausilio del sesto dito puoi afferrarle

la scoperta del pollice opponibile è doppiata

rivissuta

ripetuta

accade a tutti e lo sai

in un istante di telepatica festa

in cosa consiste la debolezza dei gruppi artistici-letterari e intellettuali in genere?

e fu così che…

per inseguire ambizioni individuali all’interno di un gruppo artistico-intellettuale i comuni intenti etico-spirituali di Marco e Luca svanirono.

Precisiamo meglio: svanirono per Luca, almeno nell’immediato agire nei confronti di Marco, concreto e reale.

Dopo aver lasciato passare del tempo Marco cominciò ad andar oltre alla cronaca personale, ad analizzare meglio la situazione, a domandarsi:

 in cosa consiste la debolezza dei gruppi artistico-intellettuali?

E non solo di quelli, dei gruppi in generale, in particolare quelli che caricano di lavoro la mente,  Lasciando “a riposo” il resto delle facoltà umane, cuore in primis

In cosa consiste?

Nella mancanza, più o meno consapevole, di purezza d’intenti?

Marco decise di rispondersi partendo da un esempio da manuale, quello di un gruppo dotato di leader che raccoglie attorno a sè gli altri membri. Certe volte, riflettè Marco, la guida del gruppo è una persona forte che si circonda preferibilmente di  persone condizionabili, a causa di problemi irrisolti.

[Che poi il “problema” non sono mai i problemi – tutti li abbiamo – quanto la tendenza a scegliere un atteggiamento da problem-solver piuttosto che abbandonarsi al vittimismo;]

questo tipo di leader tende ad alimentare, in modo più o meno sottile, l’idea che esista una profonda differenza fra in-group (chi è nel gruppo) e mondo esterno (out-group), definito ignorante o ottuso, in modo tale da convincere se stesso e i “fedeli” – per usare un insuperato termine proustiano – di essere parte di un’isolata elite.

In fondo non è un sistema tanto diverso da quello delle sette religiose.

In ambito spirituale riconosci il  leader “puro” da due cose:

1) non si crede unico detentore di verità e metodi 

2) vuole che tu diventi esattamente come lui/lei, non è accecato dal proprio ego, nè geloso del sapere e della posizione, semplicemente AMA condividere alla pari.

AMARE, ecco.

Ecco la parola chiave che portò Marco a penetrare a un livello più profondo l’annosa questione

 in cosa consiste la debolezza dei gruppi artistico-intellettuali e dei gruppi in generale?

Nella mancanza di fiducia in tutta una serie di valori positivi, in ultima istanza riassumibile nella sfiducia nell’amore. Con la conseguente incapacità di essere empatici e risonanti con l’Altro, che viene o ritenuto nemico o accolto in quanto gregario (senza alcun reale interesse quindi, solo in quanto ‘adepto’).

Marco ripensò per un attimo a Luca senza riuscire proprio a capacitarsi del fatto che avesse abbandonato l’oro per la pirite.

Luca sapeva cos’è l’oro ma l’ha dimenticato per restare parte del gruppo. Un gruppo letterario intellettuale definibile… vecchia maniera. Vecchia maniera, si ripetè, Marco.

Come andar oltre il gruppo artistico intellettuale vecchia maniera?

Se le arti e le scienze umane vogliono riguadagnare credibilità e mantenere un ruolo forte all’interno della società è necessario che si prendano carico di istanze etico-spirituali non solo all’esterno, pro forma, ma all’interno delle loro stesse strutture.

Concluse infine Marco: non ci si può occupare bene di letteratura, arte e comunicazione conservando intatte strutture relazionali disfunzionali, fondate fondamentalmente su inautenticità e divisività.

piritedrusa1
PIRITE

immagine dal blog: barbaraecristian

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ORO

immagine_dal_blog:tierraylibertad

true leaders (dalla pag. facebook "english is fun")
true leaders
(dalla pag. facebook “english is fun“)

 

Kilesa Circus

fonte immagine: http://tysbety.iobloggo.com

Miranda si svegliò all’alba, su una collina spoglia. Lungo il perimetro ondeggiava una corona di soffioni. L’erba le solleticava le caviglie, si appiccicava alla camicia da notte. La giovane sedette a gambe incrociate, consapevole di trovarsi, desta, nel bel mezzo di un sogno. Gli esperti di sogno lucido consigliano di cogliere al volo queste situazioni, utilizzandole come scenario per simulare la “prova generale” di qualcosa che sta a cuore in stato di veglia. Il punto era proprio: che cosa le stava a cuore, più di tutto? Di questioni ce n’erano tante, non avrebbe saputo da quale cominciare.

In fondo aveva voglia di usare il suo sogno solo per fare qualcosa di divertente e di impossibile nella realtà. Percorrere a balzi di tre-quattro metri la vallata, libera da leggi di gravità, camminare sulla superficie di una lago, comunicare con animali e piante. Chi avrebbe potuto biasimarla? Anche in sogno si deve lavorare, adesso?

Decise di concretizzare il primo nella lista dei desideri. Era di ottimo umore, pronta a slanciarsi giù dal pendio, ma ciò che vide avvicinarsi la obbligò a rivedere i suoi piani. Alle pendici della collina c’era qualcosa di sinistro che si muoveva, anzi più di una cosa. Un gruppetto di strani esseri – mostri il termine più appropriato – che confabulavano fra loro. Mentre li osservava ebbe l’impressione che si fossero accorti di lei e infatti, dopo pochi minuti, cominciarono a risalire la collina.

La prima a muoversi fu una specie di diavolessa dal volto rosso e irato, nuda e dotata di una pericolosa coda di scorpione.  Quando fu un po’ più a portata Miranda si accorse che mentre il corpo era “normale”, di carne e ossa, la testa sembrava di stoffa imbottita, cucita sul collo a piccoli punti.
Dopo di lei arrancava una sorta di elfo in abiti da paggio, con il naso bitorzoluto e quasi privo di labbro superiore. Sorrideva con una strana fissità e si prodigava in inchini rivolti a presenze invisibili. Al guinzaglio teneva alcuni strani cani, ma a ben vedere erano loro a trascinarlo su per il pendio e non viceversa.

Terza a salire una donna dal corpo informe simile a quello di… un tubero, giallo e irregolare. Piccole radici bianche spuntavano in tempo reale su tutto il corpo e doveva stare attenta a non sostare a lungo perchè a contatto con la terra crescevano velocemente, ancorandola al suolo.
Dopo di lei c’era un caprone che aveva improvvisamente deciso di vestirsi da essere umano e camminare a due zampe; in mano reggeva un gran numero di sacchetti di plastica del supermercato colmi di… sacchetti di plastica. Salendo li seminava, aveva coperto quasi un quarto di collina. Se si fermava nel tentativo di recuperarli un vento dispettoso li spargeva ovunque.

Da ultima saliva la strega, presumibilmente il fantasma di una strega – dato che Miranda riusciva a intravedere attraverso il suo corpo il paesaggio. Vestita di un mantello nero e abiti da contadina la donna reggeva una gabbietta per uccelli vuota dalla quale provenivano acute grida. Alle sue spalle la seguiva, implacabile e  ballonzolante, un’alta pira di legnetti pronti per essere arsi.

Miranda decise di darsela a gambe: volente o nolente il momento dell’ambita passeggiata a saltelli per la campagna onirica era giunto. Si preparò a rapida e il più possibile silenziosa fuga e, senza esitare si lanciò giù dalla collina, dal lato opposto a quello del mostruoso drappello. Aveva percorso appena qualche metro che una forza, come un elastico invisibile, la riafferrò trascinandola al punto di partenza. Altro che libera dalla legge di gravità! Quella cosa invisibile la costringeva di nuovo lassù, nè più in alto nè più in basso, nè più avanti nè più indietro.

In breve si ritrovò circondata. I mostri l’avevano accerchiata e fu costretta a sistemarsi al centro della collina, nel punto esatto in cui era arrivata, o meglio: in cui si era svegliata. Sedette a gambe incrociate, in attesa del peggio. Cercava di ricordare poche e confuse nozioni che le erano state trasmesse durante un corso di autodifesa personale. Ma, trovandosi in un sogno, quale avrebbe potuto essere la difesa appropriata? E contro quelli, poi…

Le creature le giravano attorno fissandola a turno, apparentemente senza la volontà di saltarle al collo (anche loro trattenuti da qualcosa di invisibile?). Miranda era non paralizzata quanto piuttosto… smembrata dalla paura. Era come se i suoi organi avessero cominciato a galleggiare in un magma interno, un tempestoso caos di ossa, tessuti e fluidi vitali.

Oh no, non era paura. Il suo scheletro aveva davvero perso consistenza e sembrava assumere la forma che gli pareva, e così anche i suoi lineamenti esteriori… guarda caso era proprio la forma delle creature che la circondavano. Cercava di opporsi, di restare integra, ma qualcosa la disgregava e la ricostruiva continuamente. Il suo corpo era d’improvviso diventato malleabile: ogni volta che un mostro le passava davanti assumeva la forma di quel mostro. E quindi fu la diavolessa scorpione,  l’elfo servitore, la donna patata, il caprone inquinatore e la strega fantasma. E poi di nuovo la strega fantasma, il caprone inquinatore, la donna patata, l’elfo servitore e la diavolessa scorpione.

La situazione era dolorosa e non solo: la metafora che ciascuno di questi strani soggetti incarnava era oscura, in barba ad ogni puntuale riscontro simbolico, al quale le sue  letture sull’arte del sogno l’avevano erroneamente abituata.

Miranda si accorse che più si opponeva, più quegli esseri avevano la facoltà di mutarla a loro immagine e somiglianza. Fu così che, con un atto di volontà, smise di resistere, si abbandonò alle trasformazioni. Cominciò a osservare con calma braccia, gambe, grembo che cambiavano consistenza e colore a seconda del “mostro” che le sfilava di fronte, come in una danza horror riflessa sul corpo. In quello stato di calma e distacco investigante, gradualmente i mostri persero il loro potere. Continuarono ancora un po’ a vorticare in cerchio, attrazioni di un macabro circo, ma Miranda aveva finalmente consolidato il suo aspetto. Un volto consueto e allo stesso tempo rinnovato, lo sguardo reso più sicuro dalla vittoria. Così i mostri, delusi, discesero la collina e sparirono da dove erano venuti. Miranda si alzò e decise di restare nel sogno ancora il tempo necessario di fare le esperienze che le interessavano.

(Caterina Pardi feat. Lorenzo Allori)

(fonte immagine: http://tysbety.iobloggo.com)
per saperne di più sui kilesa: kilesa


il secondogenito – divertissement natalizio

racconto ispirato a una leggenda filippina,
per celebrare il 2013 “Anno del Serpente”.

Facendo acquisti ai Grandi Magazzini (mi mantengo sul generico per non far pubblicità) pressata dalla folla natalizia mi è tornata in mente una leggenda metropolitana. Una leggenda delle Filippine, che mi ha raccontato qualche tempo fa un conoscente.

Pare che a Manila ci sia una catena di grandi magazzini specializzata in abbigliamento, con numerosi punti vendita, che in anni e anni di attività non ha mai perso lo smalto degli inizi. Non esiste qualcosa che le equivalga e si può senz’altro definire la più popolare del paese.

Ebbene, questo luogo ameno dello shopping nazionale nasconde un segreto.

Il proprietario, che appartiene a un’importante famiglia filippina, ha visto decollare i suoi affari in pochi anni, scansando crisi e imprevisti. Oggi è uno dei personaggi più influenti della città, riservato come richiede il suo ruolo. Affascinante, anche.

Proveniente da una famiglia del ceto medio, fece fortuna velocemente nel campo del commercio e si sposò piuttosto giovane. Sua moglie rimase subito incinta di due gemelli.

Quando i bambini nacquero, in una clinica privata, la notizia fu tenuta segreta per evitare l’ingerenza di televisioni e giornali. L’uomo più ricco di Manila non poteva che essere geloso della sua privacy.

Il parto però non era stato “normale”. La donna aveva dato alla luce un bambino solo, bellissimo. L’altro, dissero, era morto mentre cercava di nascere e un portavoce dichiarò che la famiglia preferiva tenere per sé il ricordo di quei tristi momenti. Solo molto tempo dopo, quando il bambino era già grande, un’ostetrica rivelò che non c’era stato alcun aborto.

Il secondo figlio era nato, perfettamente sano, ma non aveva forma umana: era un serpente, scuro e guizzante. Appena uscito dal grembo materno era scivolato giù dal letto, rifugiandosi in un angolo ombroso della sala parto, trascinando con sè una seconda placenta.

La giovane donna, inorridita, aveva perso i sensi, ostetriche e infermiere si erano dileguate portando in salvo il primogenito. Il secondogenito era risalito sul letto e si era accoccolato accanto alla madre svenuta. La guardava amorosamente con il suo corpo di rettile e suoi grandi occhi…. umani. Occhi cristiani su un corpo da serpente!

Il padre, appresa la notizia dall’ostetrica terrorizzata, si era precipitato davanti all’uscio della sala parto. Assisté alla scena ma non ebbe la forza di entrare, con l’infermiera capo che tremava alle sue spalle.

Poi presero coraggio e si procurarono un’ampia cesta. La riempirono di ovatta per accogliere il neonato serpente. Era pur sempre suo figlio e lui un uomo di fede: se gli dei lo avevano fatto nascere in quella forma c’era una ragione.

In Italia si dice “allevarsi una serpe in seno” ma qui la “serpe” fu sempre devota alla famiglia, che la nutriva e ben presto cominciò ad amarla.

Negli anni crebbe il figlio-uomo e crebbe il figlio-serpente.

Schivo come la sua razza, conosceva il linguaggio degli uomini ma lo usava di rado.

Dalla sua nascita gli affari del padre erano andati sempre meglio, l’azienda si espandeva, nuovi punti vendita spuntavano uno dopo l’altro. Quasi miracolosamente anche progetti dall’esito molto incerto, se non rischioso, andavano a buon fine. Le intenzioni dei concorrenti venivano a galla un attimo prima che i suoi interessi ne fossero pregiudicati.

All’uomo fu subito chiaro che la ragione di tanta buona sorte era il figlio-serpente, sempre più temuto man mano che le dimensioni crescevano, avvicinandosi a quelle di un’enorme anaconda.

Solo qualche mese dopo il parto la madre lo aveva accettato, superando terrore e rifiuto, contro le previsioni di tutti.

Mentre il primo figlio frequentava una prestigiosa scuola privata, il secondo veniva lasciato ogni giorno al limitare di una foresta e venuto a riprendere al tramonto. Mentre il primo mangiava normalmente in compagnia dei genitori e della madrina, l’altro aveva una stanza tutta sua dove cacciare uccelli e roditori, acquistati ogni giorno al mercato apposta per lui. Lo spettacolo della cattura e del pasto era decisamente sgradevole e il serpente, molto intelligente, lo sapeva.

Solo dopo i pasti lo si vedeva scivolare nello studio del padre, con cui discorreva a lungo alla tenue luce verdastra di una lampada da tavolo. Fra libri – che condividevano – e affari capitava che andassero avanti a parlare fino tarda notte – il padre nella sua elegante sedia di legno scuro dai cuscini di velluto, il figlio accoccolato sopra un puff disegnato apposta per ospitare le sue ormai considerevoli dimensioni.

Negli affari lo aiutava molto, si scambiavano ogni giorno riflessioni su soci e impiegati dell’azienda. Sembrava che sapesse leggere nel pensiero – anzi lo sapeva fare!

Un fornitore disonesto, un impiegato indolente, un consulente finanziario avido venivano tempestivamente smascherati.

Prima di ogni colloquio d’affari il padre lasciava che il figlio-serpente si nascondesse dentro un grosso cassetto della scrivania, che lasciava aperto quel tanto che consentisse all’aria di entrare.

Da tempo anche l’altro figlio, a conoscenza di questi grandi poteri, era devoto al fratello di un’altra razza.

Tutto ciò che accadeva alla facoltosa famiglia sembrava opera della Buona Sorte, che aveva inviato il suo squamato emissario per aiutarli.

Il secondogenito cresceva e ben presto ebbe bisogno di qualcosa di più di ratti e uccelli.

Una sera entrò nello studio paterno e, per la prima volta, si accomodò sulla poltrona di fronte alla scrivania anziché sul morbido puff per lui progettato dagli stessi designer che si occupavano del reparto arredamenti.

«Padre, io ti ho sempre rispettato e sono sempre accorso in tuo aiuto per il bene della famiglia. Adesso devo chiederti un nuovo terreno di caccia. Non mi basta il cibo del mercato e neanche gli animali che catturo nella foresta soddisfano più le mie necessità. Ho bisogno di nutrirmi in modo nuovo. Non negarmi ciò che mi sono meritato»

Il colloquio durò a lungo e, appena un mese dopo furono inaugurati i lavori per un nuovo negozio, più grande di tutti i precedenti. All’interno si provvide a scavare un sistema di cunicoli e botole perché il secondogenito potesse sbucare all’improvviso, alla bisogna, e  “nutrirsi in modo nuovo”.

Ancora oggi ogni tanto qualcuno sparisce dai camerini di prova, ma stranamente le vendite non sono calate.

(Katinkawonka… e grazie a Lito!)

Anaconda
Anaconda. Fonte: http://www.stormchaser.ca/
bambino e serpente
amici per la pelle (immagine senza fonte trovata su social network)

Ricordo della vecchia Seeber… chiudeva il 9 novembre 2002

Sui vetri avevano appiccicato numeri grandi, bianchi e invitanti: 40%, 50% & 60% di sconto. C’erano anche manifesti con frasi di celebri scrittori che invitavano al piacere della lettura: un’ultimo appello ai passanti prima di abbandonarsi alla trasformazione. Lungo le strade del centro c’erano solo banche e boutique. Nessun posto per lei: la storica libreria stava chiudendo. Pochi mesi prima aveva fatto la stessa fine anche un caffè dagli eleganti arredi: sventrato. Le torte e i pasticcini sostituiti da poco digeribili brandelli di stoffa leopardati.

Firmate Calvino e Yourcenar, le invocazioni di carta tappezzavano quasi interamente la vetrata; attraverso gli spazi fra l’uno e l’altro Lucia spiava l’interno della libreria: lunghi tavoli coperti da pile e pile di libri ammassati alla rinfusa, persi e senza la bussola d’alfabeto, autore, edizione. Come protestando l’imminente chiusura, alcune torri di carta si erano storte o avevano deciso di crollare su se stesse, generando mucchi informi; altre, ancora in piedi, si piegavano disegnando archi precari.  Si apriva tardi. E dentro si muovevano le onde di carta. In un angolo l’instabile scultura: i volumi piccoli a sostenere quelli grandi.

Qualcuno poi aveva deciso di appoggiare su due tavolini rimasti vuoti una serie di strane sculture di metallo, fra cui una balena d’argento, lunga quasi tre metri e larga uno – l’unica presenza che sembrava proprio agio in quella situazione. Si era addormentata nel mare di libri. O dormiva da sempre, arenata in chissà quale cantina, soffitta, galleria d’arte.Con quel mammifero, così abituato al caos da sorvegliarlo ad occhi chiusi, la visione diventava vagamente rassicurante.

Ma presto sarebbero entrati i commessi, costretti loro malgrado ad accellerare il processo di decomposizione della libreria. Lucia avrebbe desiderato distendersi per terra, sul tappeto, nel reparto scrittori sudamericani, e accendere una candela. Poi, il giorno previsto per la chiusura, si sarebbe volentieri legata alla gamba di un tavolo o, ancora meglio, seduta a cavallo della balena. Pensava a Josè Arcadio Buendia, che avevano dovuto legare all’albero. E alla fine di Splendor, quando tutti i clienti, per ostacolare la chiusura di un vecchio cinema, occupano le poltroncine impedendo agli operai di sradicarle.

Vite da precari/Precariato subacqueo (per Zop)

Ecco il mio racconto per il gioco di scrittura organizzato da Zop, dal titolo “Vite da precari” (zop.splinder.com)

Precariato subacqueo

Era fatta di squama vera, la sirena, ma affannata dalla nullafacenza decise di far fagotto e farsi finta, per non essere affettata e venduta in un flash al mercato del fish.
Per evitare fattacci si era fatta nuove fattezze: dalla fattrice una coda da fantoccio, dal falegname una roccia di legno di buona fattura. Si era fatta fare dal fattore un mare di fatato cartone, con pesci, molluschi, colleghe fattone. Per fortuna sua nonna era insegnante, così si era anche fatta fare lezione per fare la fatidica cantante. Contenta fattrice, già annusava un suo fat(t)iscente profumo (“scent of fatti”). Nella fattispecie, però, si accorse che nessuno la faceva fare cose di tal fatta, benchè fossero fattibili. In fasi in cui il fare non si faceva… che fare? Cantava, all’inizio, solo per fare e per far fare… ma, sfatta sul da farsi, disfece la sua fatua veste di fattucchiera. Infattibile fu il mestiere, ma l’assenza di fatti (e di fatturare) l’aiutò a fare: per conoscersi effettivamente cominciò a far canto internamente e lo sfarfallio del suo fare cominciò fattivamente a illuminare.

Image for Vite da precari/Precariato subacqueo (per Zop)

L'incontro

Dove sei stata?
Sei ritornata?
Come è andato il viaggio?
Cosa hai visto?

La polvere mulinava ai lati della strada in spirali continuamente rigenerate. Il caldo mi avvolgeva, stoffa cangiante e soffocante, dal collo alle caviglie. Dopo molto vagare ho incrociato una donna muta, che camminava fissando i passanti attentamente. Nei suoi occhi turchesi, simili a piccoli lavacri, potevi specchiarti e osservare le tue illusioni e le abitudini nuotare beatamente, divertirsi ignare d’essere osservate.
Contrariamente ad altri, ero contenta dell’incontro. La donna mi ha invitato per un tè alla menta, nella sua dimora di sabbia. Sabbia, sì… eppure quella casa mi pareva più solida di quanto fosse mai stata la mia, e le mie mani. Anche le mie mani sembravano sbriciolarsi, al confronto.
Una pace immensa calava con la sera; tutto ciò che era ridotto in polvere lasciava trapelare l’Unico Necessario.

Racconto di Natale

C’è vento e i clown bianchi non si vedono quasi.
Li osservo cercarsi disperatamente nella tormenta, girare attorno a grandi numeri neri, cupi monumenti che si innalzano sulla coltre ghiacciata. Gli abitanti di quelle terre, nascosti in accoglienti igloo, non odono le loro voci nel silenzio polare.
Dodici clown bianchi girano attorno a numeri giganti, vagano disorientati alla ricerca di un riparo. Il polo è il quadrante di un orologio con freddi numeri di ossidiana.
Un clown si è nascosto nella curvatura del numero 5, un altro cerca invano conforto nello stretto angolo dell’1.
Pattinatrici argentate saltano giù dalle pareti dell’8, che racchiudono cortili segreti. La presenza femminile sembra per un attimo allietare l’atmosfera della fredda spianata circolare.
Il candore dei gonnellini abbaglia i clown più della neve: alcuni, spaventati, si accucciano a terra e cercano di nascondere la testa sotto i loro abiti rigonfi; altri osservano curiosi le nuove arrivate. Solo uno ha il coraggio di avvicinarsi.
Le pattinatrici dispettose cominciano a girare attorno al tipetto un po’ ingenuo per prendersi gioco di lui. Una gli tira la giacca, un’altra gli fa il solletico infilando le manine gelide nel colletto del costume, una terza gli ruba il cappello e scappa. Il clown le corre dietro, ogni tanto inciampa e cade a terra. Si odono risatine.
La pattinatrice, agilissima, sfugge facilmente al suo inseguitore. Il clown la vede sparire dietro alle ore 10, girare attorno al numero vorticosamente e infine lanciare il cappello nello 0, come un pallone nel canestro.
Si odono altre risatine.
Una calda lacrima blu scende dal volto paffuto del clown, congelandosi a mezz’aria. Le pattinatrici smettono di ridere. La più giovane si avvicina, accarezza i capelli stopposi del clown, torna indietro, prende la rincorsa e con un salto acrobatico entra nello zero delle ore 10.
Dopo alcuni minuti eccola fuori, con le mani arrossate che stringono il cappello del clown. Gli altri, che assistevano alla scena appoggiati al numero 9, si sono accorti che la giovane maga dei pattini, facendo il volo, ha rischiato di ferirsi sul muro di pietra tagliente e la ammirano con mal celato stupore.
Il tipetto ingenuo ma coraggioso sorride di nuovo e la saluta; lei, senza tradire emozioni, traccia nell’aria una piroetta e si congeda. Poi raggiunge le amiche che si stanno allontanando. Come corrono veloci! Dove andranno?
I clown restano immobili in silenzio, come strumenti musicali abbandonati. Sembra di sentire una musica: forse è solo il vento che soffia nelle orecchie.
Al centro del quadrante di ghiaccio si apre una voragine scura. Tutte le pattinatrici, una dopo l’altra, si gettano dentro.
Il disco delle ore sta fondendo sul grammofono solare.IMG082

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