cruciverba sulla battigia

Quando si accorgeva delle etichette che le davano Elsa non le prendeva sul serio. Sapeva che era un semplice automatismo, suo come degli altri: etichettare, circoscrivere, ridurre, definire.
Vecchie e nuove, brutte o belle, le etichette etichettavano. Bruciavano, si ricomponevano dalla cenere, etichettavano ancora. Che fossero volontarie o involontarie, lei comunque le considerava sue filiazioni. Si insediavano nella testa con facilità sorprendente: a pensarci bene non era affatto ovvio che una mente funzionasse in quel modo, che producesse sistemi, costellazioni, universi di categorie. Giudicare era una sorta si inseminazione artificiale fra le teste, un continuo interscambio e caotico rimbalzare di parole. Un cruciverba infinito.
Ecco il quaderno dove le etichette si incollano, sostano, scivolano. Quaderno era lei, quaderno erano gli altri.
Perchè temere, perchè opporsi?
Quelle relazioni le interessavano a prescindere, da un punto di vista “scientifico”: il fatto che definizioni di carattere fisico, caratteriale o morale venissero attribuite a lei, piuttosto che a un’altra persona era diventato secondario. Vedeva se stessa come un soggetto al centro di un esperimento e non se ne sentiva sminuita, perchè l’esperimento le serviva.  Elsa raccoglieva. Raccoglieva instancabilmente le informazioni più fresche e accessibili che ci siano: quelle su se stessa e sui suoi vicini.
Allo stesso tempo sentiva ogni cosa intimamente, amandola e partecipando: ogni definizione data o subita rappresentava un nuovo tassello del mosaico.
Se una definizione le bruciava se la scollava di dosso: sapeva di non essere del tutto pronta ad accoglierla; in caso contrario lasciava che restasse lì, tanto se ne sarebbe andata o sarebbe mutata, magari contraddetta dalla medesima persona che l’aveva formulata. “La mente, qualunque mente, è come un paesaggio visto dal treno”, si diceva.
Se la stuzzicavano con dei complimenti a volte se li teneva, altre svicolava. Identificarsi a lungo con una certa forma, dopo aver capito ciò che c’era da capire, la devitalizzava come una pianta annaffiata con acqua di mare.
Le prime definizioni che avevano diminuito il loro potere erano i giudizi su se stessa. Poi si era staccata dalle etichette che gli altri automaticamente le davano. Infine da quelle che lei stessa produceva, osservando gli altri.
Le sarebbe piaciuto esserne libera fino in fondo, ascoltare veramente. Per il momento rimaneva un’aspirazione, un risultato che poteva solo illudersi di avere raggiunto.
Incontrava etichettatori perchè era un’etichettatrice. Se solo fosse stata una narratrice… avrebbe incontrato narratori, persone che seguono il filo delle cose senza “dirle”. Senza averne bisogno nè volerlo.
Seguire il profilo dell’isola senza pensare a nulla, rilievo dopo rilievo. Ci riusciva solo quando era stanca. Voleva solo smettere di pensare. Vedere solo le cose… nelle cose. Percorrere l’arco del piede di una danzatrice. Imitare con la mente la stessa scivolosità di un tappetino di alghe.
Non le era stato accordato, scampoli di attenzione rotolavano qua e là. Aveva troppa paura per ascoltare e vedere davvero (e poi raccontare ciò che aveva davvero ascoltato e visto).
Libera da tutti i legami d’un tratto, come sarebbe stato bello: cadere con il sedere per terra, sulla terra! La testa che spara fuori tutte le etichette, tutte le forme, in una sorta di fuoco artificiale.
Cadere a terra, abbandonare i lacci che la tenevano su fittiziamente.
Sentire gli ischi sul pavimento, un po’ dolenti. Dire di sì.
Prima Elsa si sarebbe dovuta sacrificare fino in fondo, e non sapeva bene come.                                                                                c p

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buon 31 dicembre, buon 2015

Auguro un 31 dicembre e un 2015 ricchi di mindfulness, e se non si potrà contare sulla continuità della pratica vorrà dire che si giocherà sulla discontinuità! Il lavoro spirituale è un onore e una “tranquilla passione” che sarebbe meglio affrontare fuori dall’ottica sforzo-risultato.

***

questi limiti
sono come le maniche di un abito che crescono a dismisura, diventano sbuffi giganti

tuffandoti vestita – ora devi e vuoi – non riesci a nuotare

affondi dentro una fredda morbidezza

anneghi

finché qualcuno dà nuova forma

i punti si scuciono, la stoffa si tende

le maniche diventano pinne, ali

continui a nuotare/volare/annaspare sapendo che sarai sempre tutte queste cose – ostacolo e veicolo per il Sè.

Madonna _Frozen
dal video “Frozen” – Madonna

 

di agopuntura


La mattina presto la meditazione è molto più efficace, illumina l’intera giornata.codice a barre a forma di meditante, trovato su una confezione di tè

Da animale notturno quale solo (ho molte più energie la sera), avevo difficoltà a collocarla in quell’orario, alzandomi una mezz’ora prima, finchè un’amica mi ha consigliato un’agopuntrice molto brava.

L’obiettivo della visita era tutt’altro (un dolore alla schiena), ma da questo particolarissimo genere di medico non ci si sofferma ad analizzare un unico aspetto del corpo e della psiche.  Soprattutto durante le prime sedute – durante le quali bisogna conoscersi – si viene studiati e compresi nel complesso, attraverso un lungo e approfondito dialogo.

In questo modo tutti i piccoli problemi accumulati negli anni vengono fuori, emergono i punti di forza e quelli di debolezza, e la dottoressa può agire sulla mente/corpo del paziente in maniera completa, integrata, coordinata.
Il momento dell’inserimento degli aghi non è semplicissimo, nella nostra cultura non rappresenta un atto connesso a qualcosa di benefico, ma  ci si abitua. In alcuni punti può fare un po’ male, ma nella maggior parte non sia avverte dolore. Ci vuole massima fiducia nella persona che si ha di fronte, nel mio caso dotata di grandi capacità.
Inizialmente il lavoro è intenso (una seduta alla settimana per 4-5 volte, ma dipende da caso a caso), poi va diradandosi in trattamenti “di mantenimento”, anche a lungo o lunghissimo raggio. Non per tutti ‘funziona’, ma su di me ha un grande effetto, soprattutto per moltiplicare le energie, quindi la consiglio!

(da quando ci vado medito quando voglio e svolgo con più energia tutte le attività)

Vedere l’invisibile

Nuove scene, nuovi pubblici: è il sottotitolo comune a due rassegne, una pisana, l’altra fiorentina, dedicate a selezionate opere di teatro contemporaneo e di ricerca e sostenute da Fondazione Toscana Spettacolo. Rivolte ai conoscitori del teatro, ma soprattutto ai giovani ed ai giovanissimi, entrambe trovano un denominatore comune nel teatro civile e sociale, proponendo spettacoli attenti alle problematiche attuali: dal rapimento di Simona Torretta  (“Canto per Falluja” di F. Niccolini) al G8 di Genova (“GiOtto”: studio per una tragedia” di G. Provinzano), dal disagio e la violenza giovanili (“Ave Maria per una gattamorta” di M. Sorrentino ed “Ecce Robot cronaca di un’invasione” di D. Timpano) ai drammi sul lavoro (“Oh happy day!” di G. Spaziani). Ambedue le rassegne sono  il frutto di una sinergia fra istituzioni diverse: “Teatri di confine” (dal 4/10 al 25/10), alla sua seconda edizione, è organizzata dal Comune e dalla Provincia di Pisa in collaborazione con Pisadeiteatri, Cinemateatrolux e Teatro Sant’Andrea; “Vedere l’invisibile”(10-31 ottobre), al quinto anno di vita, è sostenuta da Comune e Provincia di Firenze in collaborazione con il Teatro Cantiere Florida.

info: /www.toscanaspettacolo.com

ricomincia il freddo… e adesso?

dopo l’estate e molti mumble mumble, questo è lo spirito giusto, da tenere in serbo anche in inverno….
premetto che non sono una fumatrice, ma questo estratto dal film di Luchetti è davvero carino e non ho resistito (d’altronde mi pare ironico anche in questo senso).

ma non è finita! Ho trovato anche l’interpretazione casereccia di queste due ragazze, molto talentuose, spero non dispiaccia loro se le posto. Sto meditando di girare una terza versione, se qualcuno mi aiuta.

 

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