ragazzo interrotto

Enrico Lombardi, La strada interrotta (2006) – acrilico su tela – cm80x100 (Courtesy Coll. Privata) in E. Lombardi Il grido silenzioso, Electa Mondadori, Milano 2007.

Cosimo conobbe Greta il 17 dicembre, giorno in cui la città venne quasi sommersa da un metro e mezzo di neve. Le strade del centro e della periferia erano bloccate. Molti avevano abbandonato l’auto ed erano rientrati dal lavoro a piedi. Impossibile servirsi di tramvia o metropolitana. Era uscita dall’università un’ora prima della fine della lezione di fisiologia, proprio nel momento in cui grossi fiocchi cadevano così fittamente che l’ombrello si ritrovava presto addosso un gemello di neve. Per fortuna su quella via si affacciavano palazzi dotati di portici esterni e per un bel tratto si camminava riparati. In fondo all’ultimo c’era una vecchia caffetteria, frequentata da anziani avventori e studenti universitari. Giunta fin lì, Greta faticava a interrompere quel confortevole tragitto di indossare la divisa termica e avventurarsi sotto la neve. Quindi entrò nel locale, scelse un posto davanti alla vetrata e ordinò un cappuccino. Fu lì che adocchiò Cosimo Winnicott, da solo, che beveva il tè seduto a un tavolino della sua fila. Indossava un vecchio loden gualcito, aveva capelli lisci spettinati, umidi per la neve. Lo aveva già visto a un concerto o forse a una festa.
La incuriosiva, ma ignorava praticamente tutto di quel ragazzo. Di natura sarebbe stato una persona d’indole socievole, ma le circostanze ne avevano fatto un ventenne schivo, se non disadattato. Essere adattato presuppone un interesse per l’ambiente che i genitori, assorbiti dai loro “viaggi”, non sentivano, nè gli avevano trasmesso. Studiosi di astrologia e cabala, i Winnicott si autoesiliavano in biblioteca per la maggior parte del tempo. Abitavano a New York ma vivevano in una dimensione parallela. Trascuravano gli affari, spendevano soldi per rattoppare assenze e disfunzioni. Era già molto che i due strampalati adulti uscissero dal loro studio grondante libri per fare la spesa, pagare conti e, una volta l’anno, trasferirsi al mare quando l’afa in città diventava insopportabile. La casa in cui vivevano con i figli – Cosimo e sua sorella maggiore Indy – era trascurata, disordinata, stracolma di oggetti inutili o inutilizzati. Il riflesso esatto di quella condizione. Greta aveva sentito diversi aneddoti su di loro. I nonni di Cosimo commerciavano tessuti pregiati ed erano stati non solo maghi dell’imprenditoria ma, si diceva sottovoce, maghi veri e propri. I genitori di Cosimo cercavano invano di emularne le gesta. Difficilmente avrebbe potuto immaginare, lei così seguita dai suoi, che si fossero preoccupati ben poco di coinvolgere il figlio nella vita attiva, convinti che sarebbe “venuto su” da sè. L’unica cosa importante per i Winnicott era che i figli andassero bene a scuola e conoscessero i volumi della biblioteca di casa, che a detta loro custodiva segreti impossibili da reperire altrove. Pur conoscendolo solo di vista, Greta si alzò e gli si sedette di fronte. Davanti a quella piacevole figura di donna, formosa, non molto alta, dai corti boccoli biondi che incorniciavano il volto, Cosimo fu preso dal panico. Un panico che fu utile: infatti lo paralizzò, impedendogli la fuga. Fuori la neve continuava come prima. Immaginare che la situazione potesse placarsi nell’immediato era irrealistico.
“Hai ascoltato Weatherpush? Il mio cellulare si è guastato”
“Weatherpush è da anziani che pensano solo al tempo”
“Sarà… è il più attendibile dei meteovisori. Vorrei sapere per quanto andrà avanti la nevicata e avvertire la mia coinquilina che farò tardi. Posso usare il tuo telefono?”
Cosimo la fissò nascondendosi dietro una maschera neutra. Per come la vedeva lui era una richiesta invadente. Ma non voleva fare la figura del maleducato.
“Va bene ”
“Anna, sono Greta. Farò tardi per via della neve. Sono con Cosimo… Winnicott… sì che lo conosco… mmm… sì, sì… va bene! ”
“Ti chiami Cosimo? ”
“Cosimo Winnicott”
Greta posò il telefono sul tavolino e lo fissò. Cosimo distolse lo sguardo immediatamente. Chissà che le aveva raccontato quella.
“Studi qui all’Università?”
“Sì, ”
“Lettere immagino. Hai lezione adesso? ”
“No”
“Mi accompagneresti per un tratto?”
Le mani bianche e affusolate, il modo di fare, erano così attraenti che Cosimo ritrovò un po’ di coraggio. Greta avrebbe difficilmente potuto immaginare quanto la testa che aveva davanti macinasse pensieri di continuo, in pratica senza permettergli di interagire realisticamente con il mondo. Negli anni successivi alla scuola dell’obbligo, si era reso conto di ignorare i meccanismi più superficiali delle relazioni fra l’uomo e il mondo. Fra uomo e uomo. Il gioco delle parti. Le regole sociali. Aveva dovuto, come un alieno o un ragazzo selvaggio sbarcato in terra civilizzata, definire cose e situazioni senza una figura capace da imitare. Arrangiarsi, in un’affannoso tentativo di raggiungere un reale che rimaneva sempre distante, come nel paradosso di Achille e la tartaruga. Almeno fosse stato un uomo-lupo, un uomo-scimmia, un uomo-serpente. Forse gli altri lo avrebbero scusato. Invece durante l’adolescenza se ne era stato in panchina, evitato. Gli insegnanti lo etichettavano come causa persa. A ripensarci, dopo tanti anni, gli sembrava di essere stato sotto il dominio ottundente di qualche demone. Gli era ancora difficile dare a sè stesso un’approssimazione attendibile del tempo perso. Cosimo era un volto che attraversava gli inverni quasi immutato. Come scriveva un’autrice che amava, stava rischiando di “invecchiare nuovo”.
“Sembri sorpreso che sia venuta al tuo tavolino ”
“Un po’… Greta. Sono in difficoltà anche con le telefonate”
“Sì, lo capisco. Tutti questi messaggi scritti… e abbiamo paura della nostra stessa voce. Come se la voce, che è espressione del corpo, rivelasse troppo. E rendesse importante una richiesta anche piccola. Oggi sembra quasi un investimento importante, telefonare! ”
“E’ un argomento che ti prende, vedo… ”
” Credo anche di altri. Un conto è un no scritto, un altro un no detto. Un no detto al telefono sembra più reale, in un’ipotetica scala che va dalla scrittura di un messaggio alla presenza fisica. Ero timida anche io. Poi mi sono stufata di trascinarmi con il freno a mano tirato”
“Come ci sei riuscita? ”
“Aprendomi agli altri, alla possibilità di piacere e di non piacere. Muovendomi, seguendo l’ispirazione, accantonando la paura. Meditando. Meditare aiuta ad alzare il livello di consapevolezza e di comprensione”
“Mi incuriosisce. Avevo sempre pensato che si trattasse di una fuga dal mondo ”
“E’ proprio l’opposto”
“In pratica hai vinto la lotteria”
“In pratica sì” ripetè Greta, ridendo.
Quando uscirono dal caffè il quartiere era irriconoscibile. Uno spesso rivestimento di neve aveva privato gli edifici dei loro dettagli architettonici, riducendoli a forme geometriche essenziali; sembrava di muoversi fra le costruzioni assemblate da un bambino. I due si presero a braccetto sotto quel flusso morbido, ovattato, ininterrotto. Come la maggioranza degli studenti, di solito si sbarazzavano della divisa appena fuori dalle aule, ma in quella situazione furono costretti ad ammetterne la provvidenzialità. Fra le opzioni possibili, era stata introdotta la funzione “bufera”. Garantiva una pressochè totale impermeabilizzazione e un’avanzata termoregolazione capace di contrastare gli effetti dell’abbraccio continuo della neve in caduta. Ogni cosa di solito mobile era immobile, tranne quei fiocchi bianchi, silenziosi. Pochi i passanti. La sirena di piccoli spazzaneve gialli interrompeva di tanto in tanto quella profonda quiete. Unica a parlare, la scritta a caratteri cubitali sul muro della scuola materna: ASA NISI MASA.
Dietro le finestre dei primi piani, spesso prive di tende, si potevano vedere gli impiegati lavorare con la camicia tirata sui gomiti, come fosse una giornata di inizio autunno. Molti facevano la pausa caffè godendosi lo spettacolo di quel bianco, che perentoriamente azzerava i normali ritmi. Durante eventi naturali così condizionanti è confortante osservare quanto sia illusorio il piccolo potere del superiore – del capo reparto, del preside, dell’insegnante, del dirigente – messo a confronto con la grande Natura. A Cosimo quell’ambiente fece l’effetto di un tavor gigante. Il flusso di pensieri, che tanto lo inibivano, si era acquietato. L’ego cattivo che si puntellava su arguti ragionamenti per difendersi, se ne era andato. Aveva voglia di silenzio, il bisogno di dare sfoggio di conoscenze – spesso gli accadeva con le ragazze – era scomparso. In quel momento aveva fascino, con il suo viso regolare e quel leggero, virile, prognatismo. Greta, che non lo conosceva, lo guardava per la prima volta… e lo vedeva come di solito non era. Come non era mai stato; privo della necessità di ammantarsi di sovrastrutture. Era accanto a lei, con le cose, in ascolto. Il loro semplice contatto lo aveva condizionato. Greta gli raccontò dei suoi primi due anni alla Facoltà di Medicina, di quanto fossero severi i professori. Di quanto, con quella durezza spesso artefatta, cercassero di impartire ben più che un mestiere e delle nozioni. Al di là delle difficoltà, era contenta della scelta compiuta. Contenta di essersi stabilita a New York, dove risiedeva una discreta comunità di praticanti di samatha-vipassana, la disciplina che praticava da quasi dieci anni. A un tratto si interruppe.
“Vuoi raccontarmi qualcosa di te? ”
“Stranamente ne sento poco il bisogno”
“Avevo voglia di parlarti da molto tempo”
“Dici davvero? ”
“Prima non era il momento giusto”
“Cosa ti piace, Greta?”
“Amo la lettura, scrivere, pescare in alto mare, con mio fratello”
” Esistono ancora pesci veri, come si racconta? ”
La neve, l’incontro, avevano ricondotto Cosimo a una specie di grado zero. Esisteva solo un campo bianco con due puntini, loro due. Si era scrollato di dosso le etichette mentali come fossero un pesante mantello. Il tonfo aveva vaporizzato dappertutto quella perfetta neve. Era tutto giusto, ogni cosa aveva improvvisamente senso. Anche le mezze verità desunte attraverso la propria visione autoreferenziale. Sì, aveva vissuto un po’ fuori dal mondo ma il mondo gli era entrato dentro. Anche la sua famiglia, ora lo sapeva, non era poi tanto male. Anzi.
Si udirono i rintocchi di mezzogiorno. Attorno alla cattedrale avevano acceso grandi candele di cera vera, protette all’interno di teche trasparenti. Durante questi eventi metereologici anomali, il vescovo aveva disposto di intensificare gli omaggi alla divinità in questo modo suggestivo, che anticipava il Natale. Sul sagrato Cosimo avvicinò le labbra a quelle di Greta, un contatto improvviso eppure logico, come intessuto in una trama che gli venisse suggerita istante per istante. Alle loro spalle il cavallo meccanico trascinava una carrozza turistica. Sembrava di autentico legno, senza nessuno a bordo. I ragazzi la osservarono ipnotizzati. Due ruote ben salde sulla terra, il cui moto era fluido e privo di esitazioni.

(Caterina Pardi)

racconto gentilmente edito anche sulla rivista Segreti di Pulcinella

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La sedia (8. pozioni di parole)

Partecipo con piacere e divertimento al “gioco delle sedie” di uncielovispodistelle con questo racconto breve. Chi vuole proporne uno può scrivere a: paolo.beretta.email@gmail.com

Un cielo vispo di stelle

L’edificio era grigio, mastodontico, esprimeva una sorta di materialità perenne. Prima, al suo posto, c’era un palazzo razionalista, demolito negli anni Settanta, ma era come fosse radicato lì da sempre. Solo il lettering dell’insegna verticale “ARCHIVIO DI STATO” commemorava il più mondano predecessore, progettato dall’architetto Cetica per la GIL (*). Era immobile negli anni e per i secoli, l’Archivio, con le sue centinaia di scaffali, occupati da migliaia di volumi, contenenti a loro volta milioni di carte. Che ci si trovasse in una struttura istituzionale, lo si avvertiva fin dal principio; un’incarnazione dello Stato in senso tradizionale, quasi freudiano, figura della Legge e del Padre.
In tempi d’incerta “modernità liquida”, varcare quella soglia provocava in Giada sensazioni ambivalenti: stabilità, sicurezza, rigore. Un luogo dove riporre, conservare, ordinare e preservare il mondo dalla sua stessa essenza impermanente. Un luogo paradossale – certo – dove la novità si insinuava a fatica…

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cruciverba sulla battigia

Quando si accorgeva delle etichette che le davano Elsa non le prendeva sul serio. Sapeva che era un semplice automatismo, suo come degli altri: etichettare, circoscrivere, ridurre, definire.
Vecchie e nuove, brutte o belle, le etichette etichettavano. Bruciavano, si ricomponevano dalla cenere, etichettavano ancora. Che fossero volontarie o involontarie, lei comunque le considerava sue filiazioni. Si insediavano nella testa con facilità sorprendente: a pensarci bene non era affatto ovvio che una mente funzionasse in quel modo, che producesse sistemi, costellazioni, universi di categorie. Giudicare era una sorta si inseminazione artificiale fra le teste, un continuo interscambio e caotico rimbalzare di parole. Un cruciverba infinito.
Ecco il quaderno dove le etichette si incollano, sostano, scivolano. Quaderno era lei, quaderno erano gli altri.
Perchè temere, perchè opporsi?
Quelle relazioni le interessavano a prescindere, da un punto di vista “scientifico”: il fatto che definizioni di carattere fisico, caratteriale o morale venissero attribuite a lei, piuttosto che a un’altra persona era diventato secondario. Vedeva se stessa come un soggetto al centro di un esperimento e non se ne sentiva sminuita, perchè l’esperimento le serviva.  Elsa raccoglieva. Raccoglieva instancabilmente le informazioni più fresche e accessibili che ci siano: quelle su se stessa e sui suoi vicini.
Allo stesso tempo sentiva ogni cosa intimamente, amandola e partecipando: ogni definizione data o subita rappresentava un nuovo tassello del mosaico.
Se una definizione le bruciava se la scollava di dosso: sapeva di non essere del tutto pronta ad accoglierla; in caso contrario lasciava che restasse lì, tanto se ne sarebbe andata o sarebbe mutata, magari contraddetta dalla medesima persona che l’aveva formulata. “La mente, qualunque mente, è come un paesaggio visto dal treno”, si diceva.
Se la stuzzicavano con dei complimenti a volte se li teneva, altre svicolava. Identificarsi a lungo con una certa forma, dopo aver capito ciò che c’era da capire, la devitalizzava come una pianta annaffiata con acqua di mare.
Le prime definizioni che avevano diminuito il loro potere erano i giudizi su se stessa. Poi si era staccata dalle etichette che gli altri automaticamente le davano. Infine da quelle che lei stessa produceva, osservando gli altri.
Le sarebbe piaciuto esserne libera fino in fondo, ascoltare veramente. Per il momento rimaneva un’aspirazione, un risultato che poteva solo illudersi di avere raggiunto.
Incontrava etichettatori perchè era un’etichettatrice. Se solo fosse stata una narratrice… avrebbe incontrato narratori, persone che seguono il filo delle cose senza “dirle”. Senza averne bisogno nè volerlo.
Seguire il profilo dell’isola senza pensare a nulla, rilievo dopo rilievo. Ci riusciva solo quando era stanca. Voleva solo smettere di pensare. Vedere solo le cose… nelle cose. Percorrere l’arco del piede di una danzatrice. Imitare con la mente la stessa scivolosità di un tappetino di alghe.
Non le era stato accordato, scampoli di attenzione rotolavano qua e là. Aveva troppa paura per ascoltare e vedere davvero (e poi raccontare ciò che aveva davvero ascoltato e visto).
Libera da tutti i legami d’un tratto, come sarebbe stato bello: cadere con il sedere per terra, sulla terra! La testa che spara fuori tutte le etichette, tutte le forme, in una sorta di fuoco artificiale.
Cadere a terra, abbandonare i lacci che la tenevano su fittiziamente.
Sentire gli ischi sul pavimento, un po’ dolenti. Dire di sì.
Prima Elsa si sarebbe dovuta sacrificare fino in fondo, e non sapeva bene come.                                                                                c p

buon 31 dicembre, buon 2015

Auguro un 31 dicembre e un 2015 ricchi di mindfulness, e se non si potrà contare sulla continuità della pratica vorrà dire che si giocherà sulla discontinuità! Il lavoro spirituale è un onore e una “tranquilla passione” che sarebbe meglio affrontare fuori dall’ottica sforzo-risultato.

***

questi limiti
sono come le maniche di un abito che crescono a dismisura, diventano sbuffi giganti

tuffandoti vestita – ora devi e vuoi – non riesci a nuotare

affondi dentro una fredda morbidezza

anneghi

finché qualcuno dà nuova forma

i punti si scuciono, la stoffa si tende

le maniche diventano pinne, ali

continui a nuotare/volare/annaspare sapendo che sarai sempre tutte queste cose – ostacolo e veicolo per il Sè.

Madonna _Frozen
dal video “Frozen” – Madonna

 

di agopuntura


La mattina presto la meditazione è molto più efficace, illumina l’intera giornata.codice a barre a forma di meditante, trovato su una confezione di tè

Da animale notturno quale solo (ho molte più energie la sera), avevo difficoltà a collocarla in quell’orario, alzandomi una mezz’ora prima, finchè un’amica mi ha consigliato un’agopuntrice molto brava.

L’obiettivo della visita era tutt’altro (un dolore alla schiena), ma da questo particolarissimo genere di medico non ci si sofferma ad analizzare un unico aspetto del corpo e della psiche.  Soprattutto durante le prime sedute – durante le quali bisogna conoscersi – si viene studiati e compresi nel complesso, attraverso un lungo e approfondito dialogo.

In questo modo tutti i piccoli problemi accumulati negli anni vengono fuori, emergono i punti di forza e quelli di debolezza, e la dottoressa può agire sulla mente/corpo del paziente in maniera completa, integrata, coordinata.
Il momento dell’inserimento degli aghi non è semplicissimo, nella nostra cultura non rappresenta un atto connesso a qualcosa di benefico, ma  ci si abitua. In alcuni punti può fare un po’ male, ma nella maggior parte non sia avverte dolore. Ci vuole massima fiducia nella persona che si ha di fronte, nel mio caso dotata di grandi capacità.
Inizialmente il lavoro è intenso (una seduta alla settimana per 4-5 volte, ma dipende da caso a caso), poi va diradandosi in trattamenti “di mantenimento”, anche a lungo o lunghissimo raggio. Non per tutti ‘funziona’, ma su di me ha un grande effetto, soprattutto per moltiplicare le energie, quindi la consiglio!

(da quando ci vado medito quando voglio e svolgo con più energia tutte le attività)

Vedere l’invisibile

Nuove scene, nuovi pubblici: è il sottotitolo comune a due rassegne, una pisana, l’altra fiorentina, dedicate a selezionate opere di teatro contemporaneo e di ricerca e sostenute da Fondazione Toscana Spettacolo. Rivolte ai conoscitori del teatro, ma soprattutto ai giovani ed ai giovanissimi, entrambe trovano un denominatore comune nel teatro civile e sociale, proponendo spettacoli attenti alle problematiche attuali: dal rapimento di Simona Torretta  (“Canto per Falluja” di F. Niccolini) al G8 di Genova (“GiOtto”: studio per una tragedia” di G. Provinzano), dal disagio e la violenza giovanili (“Ave Maria per una gattamorta” di M. Sorrentino ed “Ecce Robot cronaca di un’invasione” di D. Timpano) ai drammi sul lavoro (“Oh happy day!” di G. Spaziani). Ambedue le rassegne sono  il frutto di una sinergia fra istituzioni diverse: “Teatri di confine” (dal 4/10 al 25/10), alla sua seconda edizione, è organizzata dal Comune e dalla Provincia di Pisa in collaborazione con Pisadeiteatri, Cinemateatrolux e Teatro Sant’Andrea; “Vedere l’invisibile”(10-31 ottobre), al quinto anno di vita, è sostenuta da Comune e Provincia di Firenze in collaborazione con il Teatro Cantiere Florida.

info: /www.toscanaspettacolo.com

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