questione di scelte…

è la Coca-Cola che vende Armonia, o l’Armonia a vendere la Coca-Cola? Sei tu a scegliere se comprare Armonia o Coca Cola… in ultima analisi sei tu a scegliere se essere felice acquisendo un valore o solo una bibita. Se compriamo entrambi, sul prezzo di quello che vale di più è applicato uno sconto del… 100%. Se scegli di prenderti il meglio chi ci vuole consapevoli, liberi e felici ha vinto:

COCA COLA COMMERCIAL 1971

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#Madmen #DonandDick #meditation #insight
#cominciaresempre #breathing #NOW #gratitudine

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Fantasia sottomarina di R. Rossellini

“il suo dolore è ancora più cocente alla vista di due seppie che amoreggiano e, senza riguardo, si baciano a lungo, perdutamente”
(Roberto Rossellini)

Davvero incredibile questa Fantasia sottomarina, corto sperimentale girato nel 1939 per la Genepesca “utilizzando solo due acquari nella sua casa di Ladispoli”(wikipedia). Rossellini è inventore di un Nemo ante litteram!

video inserito dal canale youtube mEmaSmemory

IN A MARY POPPINS MOOD riflessioni acritiche sulla tata volante


La locandina del film (da Wikipedia)

Non importa costruire un nuovo mondo, basta prendere una borsa, un graffito, una lettera strappata in un caminetto spento, e farli diventare oggetti magici; ed ecco a voi: un black-hole sputa-oggetti travestito da valigia, una campagna da favola celata sotto un velo di gesso colorato, una missiva celeste che non ha bisogno di messaggeri — tanto c’è il vento, che agisce sugli eventi come più gli piace.

Quando penso a Mary Poppins (1964) di Robert Stevenson non so quale parte del film preferire: il volo delle tate, spazzate via dall’improvviso turbine poppinsiano? Il parkour danzante degli spazzacamini sui tetti di Londra? Anche loro, sì, rifunzionalizzano con plastiche mosse tetti, comignoli e caminetti, trasformandoli negli elementi scenici di una coreografia a cielo aperto.

E poi c’è il volo a propulsione-risata sul soffitto, la scena dei giocattoli che si mettono a posto al battito di mani di Mary, Jane e Michael. Ed è tutto, continuamente, sorprendente.

È proprio difficile scegliere la scena più riuscita, perché M.P. è un film «praticamente perfetto sotto ogni punto di vista» e la protagonista, mimetizzandosi dietro a una patina perbenista, veicola un messaggio dall’irresistibile fascino anarchico, come rileva acutamente Leonardo Romano:

“dietro l’apparenza conformista della tata canterina (…) si nasconde una forza eversiva difficilmente controllabile: solidarizza con un proletario (lo spazzacamino Bert, Dick Van Dyke nel suo ruolo giustamente più famoso), dinamitarda dall’interno la borghesissima sicurezza di un bancario (…) riempie una casa onorata di spazzacamini danzanti e scatenati (tra l’altro con suo sommo divertimento), ma riesce comunque a riportare nella famiglia Banks la giusta scala di valori.”

La “passeggiata danzante” dei due protagonisti (da Wikipedia)

Se proprio dovessi decidermi, forse, su tutte vincerebbe la passeggiata danzante di Mary (Julie Andrews) e Bert (Dick Van Dyke), capace di restituire quell’esaltante attitudine empatica tipica dell’infanzia: Bert imita il volo di un uccello di passaggio, è capace di far rannuvolare (e poi risplendere) il cielo, instaura un dialogo con gli animali che incontra (con tutte le difficoltà del caso!).

È una caratteristica del ballerino di musical quella di saper generare attorno a sè ciò che Deleuze chiamava movimento di mondoun campo energetico avvolgente che trascina ciò che lo circonda in un’irresistibile fluttuazione onirica; e qui la forza di gravità indebolita consente anche di nuotare nell’aria, prolungando i gesti in modo imprevisto.

Accanto alla bravura di Julie Andrews, che ha reso inimitabile il personaggio di Mary, è doveroso sottolineare il talento di Van Dyke, capace di far diventare un bastone da passeggio un essere dotato di volontà propria e di trasformare sé stesso in un pinguino ‘più pinguino dei pinguini animati’ (e forse anche più dei pinguini stessi?) — vette equiparabili a quelle toccate da Stanley Donen in Singing in the rain!

Qualche nota da Wikipedia:

Van Dyke è stato a lungo lontano dalle scene, per poi riapparire nella serie tv  Un detective in corsiaMary Poppins fu pluripremiato agli Oscar del 1965 (Miglior attrice protagonista, Miglior Montaggio, Migliori Effetti Speciali, Miglior Canzone, Miglior Colonna Sonora).

La colonna sonora del film , composta da  Richard M. Sherman, Robert B. Sherman e Irwin Kostal, vinse un Grammy Award nel 1965. Supercalifragilistichespiralidoso e le altre canzoni, in originale cantate da Julie Andrews, in italiano furono cantate da Tina Centi e sono da molti ritenute una rivisitazione bella quanto l’originale.

articolo pubblicato su Postpopuli, qui

La televisione senza etica: Quinto potere di S. Lumet

La televisione senza etica: Quinto potere di S. Lumet

Dopo essere stato licenziato dalla rete Ubs a causa del crollo di ascolti del suo editoriale, il presentatore televisivo Howard Beale (Peter Finch) dichiara davanti alle telecamere di volersi suicidare in diretta. L’intervento crea scalpore e scandalo, facendo salire vertiginosamente l’indice d’ascolto della trasmissione. Beale, depresso ma in preda a una sorta di folgorazione, si sente investito di un ruolo messianico: parlare alla gente per mettere a nudo e denunciare le ipocrisie della società; i dirigenti della rete, presentendo la possibilità di accaparrarsi uno show di successo, decidono cinicamente di sfruttarlo cucendogli addosso l’immagine di “folle predicatore dell’etere” per poi, non appena l’indice di ascolto subisce un nuovo calo, sbarazzarsene “terminandolo” in diretta.

Con un’enfasi dai toni talvolta apocalittici, Quinto Potere (Network,1976) rivolge una critica impietosa al sistema delle grandi imprese di comunicazione. Mostro onnivoro che tutto fagocita, omogeneizza ed espelle, il sistema dei mass media appare come un potente strumento di manipolazione delle coscienze, di riproduzione del sistema costituito attraverso l’induzione di idee e desideri funzionali allo status quo.

Adorno e Horkheimer, nel loro più celebre libro, individuano nella televisione un incontrollabile e invincibile potere omologante, capace di erodere o disinnescare gli spazi informativi ed espressivi indipendenti, costituzionalmente allergico a ogni produzione libera e autonoma di significati; Quinto potere ci introduce nel luogo in cui tale processo di censura/assimilazione dell’Altro ha origine: la redazione di un importante telegiornale.
I dirigenti della Ubs, innescando un’escalation irreversibile di concessioni ad audience e profitto, subordinano consapevolmente la qualità della programmazione, sia da un punto di vista etico che estetico, ai loro interessi.

Licenziato l’illuminato responsabile del reparto informazioni Max Shoemaker (William Holden), a prendere le redini del programma è la cinica Diana Christensen (Faye Dunaway) che, con la complicità del presidente della rete Frank Hackett (Robert Duvall), non esita a creare una sorta di telegiornale – spettacolo. Si tratta di un contenitore polimorfico nel quale, sotto il comune denominatore dell’entertainment, s’intrecciano inchiesta politica, oroscopo, documentario e varietà. E il giornalista Beale ne è il delirante anchor-man.

Ciò a cui si assiste si potrebbe definire, usando sempre attuali categorie habermasiane, una vera e propria presa di potere: la conquista di un’importante area del “mondo-della-vita”— quello dell’informazione — ad opera della “razionalità strumentale”, una modalità di agire – in origine propria solo dei “sottosistemi” economico e politico – che mira non all’autocomprensione della società, ma al convincimento e al conseguimento di interessi economici e politici particolari. Il termine “mondo-della-vita” indica “l’insieme di linguaggio, conoscenze, concezioni tramite cui capiamo il mondo e da cui, attivandole come motivazioni e forme comunicative, traiamo gli orientamenti per la nostra vita di tutti giorni”.

Quinto potere (qui a destra Peter Finch in una scena del film, foto Wikipedia) ci mostra come nella comunicazione mediatica la rappresentazione di un fatto non sia più legata alla verità e alla profondità delle interpretazioni formulate dal giornalista, libere da istanze di dominio, secondo le norme della “razionalità comunicativa” (che prescrivono la priorità dell’argomentazione razionale) ma ad intenti manipolatori e persuasivi realizzati attraverso processi di narrativizzazione e spettacolarizzazione della notizia.

Non solo. L’indifferenza (e insofferenza) del sistema televisivo alle necessità comunicative può essere rilevata e criticata pubblicamente senza che esso ne esca minimamente intaccato: le “idee sovversive” del “folle predicatore dell’etere” Howard Beale vengono riassorbite senza danno dall’organizzazione; la ribellione dei telespettatori sotto l’unico grido “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più” diventa nient’altro che un tormentone televisivo. Per Marcuse il sistema dei media ha acquisito la capacità di riassorbire le forme culturali che gli si oppongono.

Con la sua graduale scomparsa, il Grande Rifiuto viene a sua volta rifiutato: “l’altra dimensione” viene assorbita nello stato di cose prevalente. Le opere nate dalla condizione alienata (in questo caso si parla di alienazione artistica) sono incorporate in questa società e circolano come parte integrante dell’attrezzatura che adorna lo stato di cose prevalente e ne illustra la psicologia. Esse diventano in tal modo strumenti pubblicitari — servono a vendere, a confortare o a eccitare.

L’idea che ogni forma di arte e di critica sia destinata a essere inglobata e in qualche modo “neutralizzata” dal sistema oggi andrebbe forse mitigata, non estesa all’intero sistema delle comunicazioni – radicalmente mutato dai tempi in cui il fondamentale volume di Marcuse vide la luce – tuttavia è perfettamente idonea a descrivere il precedente regime; essa costituisce un utile riferimento nell’analisi di Quinto potere, che pare evidentemente condensare quelle preoccupazioni. Preoccupazioni che si riattualizzano ogni volta che una forza, pubblica o privata, sembra intervenire a limitare o asservire un libero territorio — come accade anche oggi per la rete, sempre vigile nell’individuare i tentativi di ridimensionare le possibilità comunicative e informative degli utenti e la tendenza a sfruttare i contenuti condivisi a fini di marketing.

Quando Howard Beale dichiara in diretta televisiva l’intenzione di suicidarsi, i dirigenti del network, in preda al panico, temono inizialmente di subire forti ripercussioni, di essere sanzionati dal pubblico e dalla Federal Communication Commission. Invece l’intervento di Beale si rivela una miniera di ascolti e i dirigenti, anziché licenziarlo, decidono di creare un programma basato sulle sue esternazioni. Il flusso televisivo è talmente “vischioso” che persino un gruppo terroristico può tranquillamente venire a fare parte della sua indiscernente trama.

Il film è efficace nel mostrare come una violazione del codice etico e del buon gusto in nome del denaro e del successo possa provocare un “effetto domino”, generandone un’altra e poi un’altra ancora. Un esempio analogo, in salsa repubblica delle banane, sono le nostre televisioni, pubbliche e private, durante il periodo berlusconiano, che ha generato una crescente irreperibilità nel flusso televisivo delle categorie del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso.

Tuttavia, sottolineando anche il problema del “corretto uso”, rimandando quindi agli individui la responsabilità del prodotto culturale-comunicativo si scongiura una condanna “ontologica” del mezzo. Il secondo film che andremo ad analizzare amplia ulteriormente le speranze in questo senso.

Riferimenti :M.Horkheimer, T.W.Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966; J.Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, Bologna 1997; H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967.

(Caterina Pardi, recensione pubblicata su PostPopuli)

La semplificazione fra luce/ombra e bene/male è sempre rilassante, soprattutto dalle pastoie del tardo impero italico, dove regna ormai  il caos e disfacimento. Favole e miti, con la loro struttura dicotomica, sono un invito a ricordarsi di discernere – con prudenza e umiltà – discernere ciò che nuoce da ciò che è salutare.

immagine dal film “Thor” di K. Branagh

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Come essere guida se non si è guida di se stessi?

Come attraversare l’umano per arrivare al divino?
Forse siamo un po’ sguarniti, attualmente, e occorrerebbe fare una capatina da un buon ferramenta per rinnovare la propria cassetta degli attrezzi
gli apparati della psicoanalisi (e in generale, del pensiero laico) mostrano la corda quanto il dogmatismo religioso che si astrae dalla realtà e dalla pratica di guarigione…

Dinoi su Welles

“Welles sa bene che l’immagine può acquistare una concretezza oggettuale e accecante soprattutto quando è dozzinale come quella che si trova davanti Don Chisciotte, quando non è creatrice di un mondo, ma si adegua a ciò che già sappiamo o crediamo di sapere del nostro mondo, dove siamo collocati in rappresentazioni eterodirette di cui non siamo che ignari personaggi secondari – quelli che interpretano il ruolo del pubblico, appunto.
(M. Dinoi, Lo sguardo e l’evento, Le Lettere, Firenze 2008, p. 16)

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